Abbandono di rifiuti e responsabilità penale di “titolari di imprese o responsabili di enti” nella giurisprudenza della cassazione

Abbandono di rifiuti e responsabilità penale di “titolari di imprese o responsabili di enti” nella giurisprudenza della cassazione

di Gianfranco Amendola

L’art. 192 D. Lgs. 152/06 vieta l’ abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti sul suolo o

nel suolo (comma 1) nonché l’immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali o sotterranee (comma 2).

La sanzione è contenuta negli articoli 255 e 256, e si basa sulla qualità del soggetto attivo:

se è “chiunque“, la sanzione è solo amministrativa pecuniaria (fino al doppio, se i rifiuti

sono pericolosi: art. 255, comma 1); se, invece, si tratta di “titolari di imprese e responsabili di enti“, si applicano arresto o ammenda (pena congiunta per rifiuti pericolosi:

art. 256, comma 2).

Trattasi di distinzione già presente nel decreto Ronchi (artt. 50 e 51 D. Lgs n. 22/1997), rispetto alla quale, sin dal 2003 la Cassazione aveva chiarito che << la questione attinente al soggetto penalmente imputabile deve essere essere risolta nel senso che esso può essere “chiunque”, come si ricava dal tenore testuale degli artt. 50 e 51, 2o comma, che fa riferimento ai “titolari” di imprese ed ai “rappresentanti” di enti: certamente questi soggetti sono penalmente passibili di sanzione penale, ma la stessa sanzione può applicarsi anche a figure diverse nell’ambito dell’impresa o dell’ente in forza di delega o dell’assetto strutturale statutario ed organizzativo. La formulazione legislativa, che sembra discostarsi dalla dizione ordinaria “chiunque” si spiega con l’esigenza di differenziare la posizione del privato soggetto a sola sanzione amministrativa (art. 50) da quella delle società od enti, ma sarebbe illogica ed incoerente una interpretazione nel senso di ravvisare un reato “proprio” >> 1.

Partendo da queste premesse, la suprema Corte ribadiva più volte, con giurisprudenza granitica, che “in tema di gestione dei rifiuti, il reato di abbandono incontrollato di rifiuti è ascrivibile ai titolari di enti ed imprese ed ai responsabili di enti anche sotto il profilo della

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Cass. pen., sez. 3, 20 marzo 2003, n. 600, Grossi, in Ambiente 2004, n. 3, pag. 276 e segg., con nota di

PAONE e in Rivistambiente 2004, n. 9, pag. 845, il quale conclude che con questa norma “il legislatore

intende evitare un evento quale che sia l’autore o quali che siano gli autori“. Si noti che in questa sentenza si

è ipotizzato il reato a carico di un trasportatore che, non adottando le dovute cautele, aveva provocato la caduta dei rifiuti trasportati.

omessa vigilanza sull’operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta di

abbandono“2; giungendo a ritenere, addirittura, che “risponde del reato di cui all ‘ art. 256, 2° comma, d.leg. 152/06 e non dell’illecito sanzionato in via amministrativa dall’art. 255, l’autista di un autocarro il quale, pur avendo ricevuto dal titolare della ditta da cui dipende, l’ordine di conferire i rifiuti prodotti dall’impresa in una discarica autorizzata, in violazione di tali istruzioni abbandoni in un ‘area comunale i rifiuti, omettendo altresì di informare il titolare della ditta, venuto a conoscenza di quanto accaduto solo in forza di una successiva segnalazione“3.

Contestualmente provvedeva a meglio definire l’ambito del soggetto attivo del reato nel

senso che la responsabilità penale per abbandono incontrollato di rifiuti è ipotizzabile non solo in capo alle imprese o agli enti che effettuano una attività tipizzata di gestione di rifiuti

ma “a qualsiasi impresa, avente le caratteristiche di cui all’art. 2082 c.c. o ente con

personalità giuridica o operante di fatto“4; e quindi “ai fini della configurabilità del reato di abbandono di rifiuti¼, per titolare di impresa o responsabile di ente non deve intendersi solo il soggetto formalmente titolare dell’attività ma anche colui che eserciti di fatto l’attività imprenditoriale inquinante“5.

Da questo quadro, anche se sommariamente delineato, appare, quindi, di tutta evidenza

che la giurisprudenza della Cassazione ha privilegiato una lettura della norma non formale ma sostanziale.

A livello formale, infatti, sembra che la regola generale per individuare la sanzione per l’abbandono di rifiuti sia il riferimento all’art. 255, comma 1 (sanzione amministrativa), che

si applica a “chiunque“; mentre la sanzione penale -prevista peraltro non nello stesso

articolo ma in quello successivo- si configura come un’eccezione che riguarda solo il caso

che autori dell’abbandono siano “titolari di imprese e responsabili di enti” .

La suprema Corte, invece, valorizzando giustamente la ratio della norma, l’ha interpretata nel senso che quello che conta non è la qualifica formale del soggetto attivo ma il tipo di attività da cui sono derivati i rifiuti oggetto di abbandono: se trattasi di attività lavorativa

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Da ultimo, Cass. pen., sez. 3, 2 maggio 2013, n. 26406, Storace, la quale aggiunge che “la responsabilità

per l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non attiene necessariamente al profilo della consapevolezza e volontarietà della condotta, potendo scaturire da comportamenti che violino i doveri di diligenza per la mancata adozione di tutte le misure necessarie per evitare illeciti nella predetta gestione e che

l3egittimamente si richiedono ai soggetti preposti alla direzione dell’azienda.”.

Cass. pen., sez. 3, 11 maggio 2011, n. 18502, Spirineo in Foro it. 2012, 2, c. 238 e segg. con nota critica di

PAONE, Il dipendente di un’impresa risponde del reato di gestione abusiva dei rifiuti?

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Cass. pen. sez. 3, 29 aprile 2010, n. 22754 De Salve Cass. pen., sez. 3, 22 luglio 2010, n. 35945, Aronica

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(anche solo di fatto, artigianale ecc.) si applica sanzione penale, ritenendo evidentemente

che la violazione commessa nell’ambito di attività lavorativa sia maggiormente pericolosa per l’ambiente in quanto suscettibile di produrre rifiuti continuativamente.

Sembra interessante, in proposito, leggere la motivazione, anche se molto stringata, che la Cassazione adotta nel 2011 per confermare la condanna ad un privato il quale si era avvalso di impresa di trasporto, per portare e depositare rifiuti di demolizioni prodotti dalla figlia, su un terreno di sua proprietà; e che, contestava la condanna “dovendo il fatto essere ritenuto illecito amministrativo, tenuto anche conto dell’occasionalità della condotta e non rivestendo l’imputato la qualifica di imprenditore“. La suprema Corte, infatti, dapprima premette che “non rileva l’occasionalità della condotta ma la qualifica dell’agente per discernere l’illecito amministrativo da quello penale“; e subito dopo afferma la sussistenza del reato in quanto “al ricorrente è contestato di essersi avvalso di una ditta di autotrasporto per portare i rifiuti sul suo terreno e, dunque, di avere agito in concorso con il titolare della ditta per l’abbandono dei rifiuti. Né la normativa opera differenziazioni tra i tipi di imprese che conferiscono i rifiuti ritenendo evidentemente sufficiente ad attribuire valenza maggiormente offensiva alla condotta di colui il quale operi nell’ambito di un’attività professionale“6.

In realtà, tuttavia, le diverse sentenze che si sono occupate della problematica soggetto attivo-sanzione in relazione all’abbandono di rifiuti non hanno mai affrontato il problema in modo organico, limitandosi a singoli aspetti (di volta in volta rilevanti) e senza particolari approfondimenti; anche se, come si è detto, sembra emergere con evidenza una interpretazione complessiva che tende a privilegiare gli aspetti sostanziali alla base della differenziazione delle sanzioni.

Va, quindi, segnalata una recentissima sentenza della suprema Corte la quale ricapitola con chiarezza il quadro complessivo della giurisprudenza, anche e soprattutto inedita, in

subiecta materia7.

Il fatto è banale: un abbandono di rifiuti da lavorazione agrumi su un terreno di circa 300

metri quadrati da parte di un allevatore titolare di un’impresa agricola, il quale aveva proposto ricorso (tra l’altro, anche) sostenendo di non potersi definire “imprenditore”, bensì piccolo imprenditore o imprenditore agricolo, e, in quanto tale, non rientrante tra i soggetti individuati dall’art. 256 D. Lgs 152/06 quali possibili responsabili in caso di abbandono di

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Cass. pen. sez. 3, 16 maggio 2012, n. 30123, Savoca

Cass. pen., sez. 3, 27 giugno 2013 (dep. 18 settembre 2013), n. 38364, Beltipo

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rifiuti; con la conseguenza che sarebbe stata applicabile nei suoi confronti la sola sanzione

amministrativa prevista dall’art. 255.

Rigettando il ricorso, la Corte, in primo luogo, rilegge la distinzione normativa nel senso che se l’abbandono viene effettuato da titolari di imprese o responsabili di enti si configura una sanzione penale, “mentre, se l’autore dell’abbandono non possiede tale qualità, la sanzione è quella amministrativa“; e, quindi, la sanzione amministrativa appare, in certo

qual modo, residuale.

Subito dopo effettua alcune importanti precisazioni che vale la pena di riportare per intero

(con le relative citazioni):

1) “La ratio del diverso trattamento riservato alla medesima condotta, distinguendo l’autore

della violazione, è evidentemente fondata su una presunzione di minore incidenza sull’ambiente dell’abbandono posto in essere da soggetti che non svolgono attività imprenditoriale o di gestione di enti. Di tale assunto aveva già dato atto questa Corte, con riferimento alla previgente disciplina, osservando che la norma è finalizzata ad «impedire ogni rischio di inquinamento derivante da attività idonee a produrre rifiuti con una certa continuità, escluse perciò solo quelle del privato, che si limiti a smaltire i propri rifiuti al di fuori di qualsiasi intento economico» (sez. III n. 9544, 2 marzo 2004. Nello stesso senso,

sez. III n. 42377, 19 settembre 2003)

2) “Quanto alla individuazione dei soggetti qualificati indicati dalla norma in esame, si è già chiarito, in più occasioni, che essi non sono esclusivamente coloro che effettuano attività tipiche di gestione di rifiuti (raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti), essendo la norma rivolta ad ogni impresa, avente le caratteristiche di cui all’art. 2082 cod. civ. o ente, con personalità giuridica o operante di fatto. Tale affermazione traeva origine dal confronto tra il testo originario dell’art. 51 d.lgs. 22\97, allora vigente e quello antecedente alla modifica introdotta dalla legge 426\1998, osservando che laddove erano originariamente indicate imprese ed enti «che effettuano attività di gestione dei rifiuti», dopo l’intervento del legislatore tale espressione era stata soppressa, così ampliando l’ambito di operatività della norma (sez. III n. 9544\2004, cit. Il principio è stato ribadito, anche con riferimento alla disciplina ora vigente da sez. III n. 22035, 10 giugno 2010)“.

3) “Tale caratteristica della fattispecie ha indotto anche a ritenere che il reato in esame possa essere commesso dai titolari di impresa o responsabili di enti che abbandonano o

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depositano in modo incontrollato non solo i rifiuti di propria produzione, ma anche quelli di

diversa provenienza e ciò in quanto il collegamento tra le fattispecie previste dal primo e dal secondo comma dell’articolo 256 (già art. 51 d.lgs. 22/97) riguarda il solo trattamento sanzionatorio e non anche la parte precettiva (sez. III n. 35710 del 22 giugno 2004)“.

4) “Si è inoltre escluso che. nella individuazione del titolare d’impresa o del responsabile dell’ente. debba farsi riferimento alla formale investitura, assumendo rilievo, invece, la funzione in concreto svolta (sez. III n. 19207, 13 maggio 2008. V. anche sez. III n. 35945, 7 ottobre 2010; sez. III n.24466, 21 giugno 2007 entrambe non massimate) tanto che, in due occasioni, il reato è stato ritenuto configurabile anche con riferimento ad attività di tiro

al piattello esercitata da associazione sportiva (v. sez. III n. 4733, 30 gennaio 2008).”

A proposito di quest’ultimo richiamo, giova aggiungere che nella citata sentenza n. 4733

del 2008 la Cassazione aveva motivato la penale responsabilità del responsabile dell’associazione sportiva per tiro al piattello in quanto “a prescindere della sua individuazione, sotto il profilo civilistico, come persona giuridica oppure come ente di fatto privo di autonoma personalità giuridica, svolgeva, sotto il profilo della normativa relativa alla gestione dei rifiuti, attività di impresa avente ad oggetto l’esercizio del tiro a piattello“; e, quindi, i rifiuti prodotti da tale attività “sono da considerarsi non come rifiuti prodotti ex art. 255 D. Lgs 152/06, bensì come rifiuti prodotti da impresa ai sensi dell’art. 256, comma 2¼” . In analoga sentenza, successiva, peraltro, la suprema Corte ha tenuto a precisare che il legale rappresentante di una società di tiro a volo “deve rispondere dei reati nella sua qualità di soggetto produttore dei rifiuti che -ai sensi della definizione contenuta nell’art. 183, comma 1, D. Lgs 152/06 e della interpretazione giurisprudenziale- deve intendersi come la persona, fisica o giuridica, dalla cui attività materiale sia derivata la produzione dei rifiuti o al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione. Di conseguenza, l’imputato, quale legale rappresentante della società, era tenuto all’adempimento degli oneri su di lui gravanti ed a provvedere perché lo smaltimento dei rifiuti avvenisse secondo la normativa del settore¼.”8.

5) La Cassazione conclude, quindi, che tali affermazioni vanno ribadite affermando il principio secondo il quale “il reato di cui all’art. 256, comma secondo, del d.lgs. n. 152 del 2006 è configurabile nei confronti di qualsiasi soggetto che abbandoni rifiuti nell’ambito di una attività economica esercitata anche di fatto, indipendentemente

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Cass. pen., sez. 3, 11 febbraio 2010, n. 12448, Onofri

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da una qualificazione formale sua o dell’attività medesima, così dovendosi intendere

il «titolare di impresa o responsabile di ente» menzionato dalla norma” .

Una ultima osservazione. La giurisprudenza della Cassazione, con riferimento al reato di cui al primo comma dell’art. 256 D. Lgs 152/06 (gestione di rifiuti non autorizzata), la cui pena viene richiamata nel secondo comma, afferma costantemente che non si tratta di

reato proprio “non dovendo necessariamente essere integrato da soggetti esercenti

professionalmente l’attività di gestione rifiuti, dal momento che la norma fa riferimento a <<chiunque>>“9.

Trattasi di affermazione che desta perplessità in quanto, come rilevato da acuta dottrina10,

se pure è vero che la norma sanzionatoria si riferisce a “chiunque” è altrettanto vero che, quanto al precetto, essa rinvia agli artt. 208, 209, 211, 212, 214, 215 e 216, i quali prevedono tutti l’esercizio di un’attività di impresa, anche se solo di fatto11; con la conseguenza che, in realtà, sembra preferibile parlare di reato proprio.

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Cass. pen., sez. 3, 25 maggio 2011, n. 23971, Graniero. Da ultimo, cfr ID, 15 gennaio 2013, n. 6294,

Berlingieri, secondo cui il reato “può essere commesso anche da chi esercita attività di gestione di rifiuti in

modo secondario o consequenziale all’esercizio di una attività primaria diversa, dovendosi pertanto escludere la natura di reato proprio la cui commissione sia possibile solo da soggetti esercenti

p0rofessionalmente una attività di gestione di rifiuti

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PAONE, cit in nota 3.

Con riferimento all’obbligo di iscrizione all’Albo per il trasporto di rifiuti, ci permettiamo rinviare al nostro La

casalinga che porta al cassonetto in auto la busta dei rifiuti domestici deve essere iscritta all’Albo?, in

www.lexambiente.it, 2010