Dal partito del non rifiuto a quello dei sottoprodotti

Dal partito del non rifiuto a quello dei sottoprodotti
Gianfranco Amendola

Non c’è dubbio che il rispetto della normativa sui rifiuti comporta notevoli costi economici
per le aziende. Ed è proprio per evitare distorsioni di concorrenza tra gli Stati membri che la materia dei rifiuti è da sempre oggetto di regolamentazione comunitaria.
Allo stesso modo, non c’è bisogno di essere un esperto di normativa ambientale per capire che l’operatività di una normativa di regolamentazione dei rifiuti dipende, in primo luogo, dal fatto che essa si applichi realmente a tutti i rifiuti. E che quanti più rifiuti di lavorazione ne vengono esclusi tanto meno spendono le aziende.
Fatte queste elementari premesse, un velocissimo excursus storico sulla normativa ambientale del nostro paese evidenzia con chiarezza che in Italia è sempre stato attivo un partito trasversale il cui obiettivo è consistito e consiste nel limitare al massimo, per il nostro paese, gli obblighi connessi alla regolamentazione dei rifiuti industriali e di
lavorazione
Ricapitoliamone la storia, iniziando dal 1982.

Il partito del non rifiuto
Basta confrontare, in proposito, la definizione di rifiuto contenuta nell’art. 1 della direttiva
allora vigente n. 78/319/CEE (“qualsiasi sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi o
abbia l’obbligo di disfarsi..”) con quella del comma 1 dell’art. 2 DPR 915/1982 (“qualsiasi sostanza od oggetto derivante da attività umane o da cicli naturali, abbandonato o destinato all’abbandono”), per capire immediatamente che, con questo tipo di trasposizione, il nostro paese avrebbe creato rilevanti problemi di interpretazione in tutti i casi in cui il detentore voglia disfarsi di un oggetto senza abbandonarlo, come avviene, in particolare, per i rifiuti destinati al recupero che, ovviamente, da sempre rientrano nell’ambito di applicazione della regolamentazione comunitaria anche se non sono da
ritenersi “abbandonati”.
Da questo peccato originario deriva, negli anni, tutta una legislazione in cui l’Italia ha
tentato di sottrarre rifiuti di lavorazione ed industriali alla relativa disciplina, facendo leva sulla loro recuperabilità e sostenendo che non si tratta di rifiuti. Ciò ha fatto con diversi
espedienti terminologici, chiamando questi rifiuti “residui”, “materie prime secondarie” e
1

“materiali quotati in borsa”, in modo da escluderli dalla regolamentazione comunitaria per i
rifiuti.
E, quando la Corte europea di giustizia ha bocciato questi tentativi, con l’art. 14 D.L. 8 luglio 2002 n. 138, convertito con L. 8 agosto 2002 n. 178, l’Italia si è inventata una sua <<interpretazione autentica della nozione di rifiuto>> , che, in realtà, serviva allo stesso fine. Con questa norma, in sostanza, si restringeva l’ambito dei rifiuti alle sole operazioni di smaltimento e di recupero elencate nei due allegati comunitari recepiti dal D.Lgs. n. 22/1997 come allegato B e C; derivandone, nel secondo comma, che non si trattava di rifiuti se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo anche dopo aver subito un trattamento preventivo.
E così ancora una volta la Corte europea (CGCE, sez. 2, 11 novembre 2004, proc. C-
457/02, Niselli) era costretta ad intervenire e concludeva che:
<<1) La definizione di rifiuto contenuta nell’art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva del
Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE e dalla decisione della Commissione 24 maggio 1996, 96/350/CE, non può essere interpretata nel senso che essa ricomprenderebbe tassativamente le sostanze o i materiali destinati o soggetti alle operazioni di smaltimento o di recupero menzionati negli allegati II A e II B della detta direttiva, oppure in elenchi equivalenti, o il cui detentore abbia l’intenzione o l’obbligo di destinarli a siffatte operazioni. 2) La nozione di rifiuto ai sensi dell’art. 1, lett. a), primo comma, della direttiva 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156 e dalla decisione 96/350, non dev’essere interpretata nel senso che essa escluderebbe l’insieme dei residui di produzione o di consumo che possono essere o sono riutilizzati in un ciclo di produzione o di consumo, vuoi in assenza di trattamento preventivo e senza arrecare danni all’ambiente, vuoi previo trattamento ma senza che occorra tuttavia un’operazione di recupero ai sensi dell’allegato II B di tale direttiva>>1.
Tuttavia, appena quattordici giorni dopo la pubblicazione della sentenza appena citata, il 24 novembre 2004 il Parlamento italiano approvava il disegno di legge delega in materia ambientale contenente una serie di disposizioni di diretta ed immediata applicazione in
1

Per approfondimenti, citazioni e richiami sulla nozione di rifiuto, sulla giurisprudenza comunitaria e sull’art.

14 D. L. 138/02, si rinvia ai nostri Gestione dei rifiuti e normativa penale, Giuffrè, Milano 2003, pag. 59 e
segg e La gestione dei rifiuti: obblighi, divieti e sanzioni, Maggioli, Rimini 2005, pag. 35 e segg.
materia di rifiuti (legge 15 dicembre 2004 n. 308, delega al Governo per il riordino, il
coordinamento e l’integrazione della legislazione in materia ambientale e misure di diretta applicazione), il cui comma 26 dell’art. 1 esordisce con :<<Fermo restando quanto disposto dall’articolo 14 del decreto-legge 8 luglio 2002, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 2002, n. 178,¼.>>, cioè dall’articolo appena dichiarato espressamente contrastante con la normativa comunitaria; per poi proseguire (commi da 25 a 29) con la creazione delle <<materie prime secondarie per attività siderurgiche e metallurgiche>> per quei rottami metallici che vengano destinati <<in modo oggettivo ed effettivo all’impiego nei cicli produttivi siderurgici o metallurgici>>. Esattamente il contrario di quanto statuito dalla Corte europea di giustizia.
Come prevedibile, la Commissione UE (la <<guardiana dei Trattati>>), iniziava la ennesima procedura di infrazione contro l’Italia, e il 5 luglio 2005 scriveva al Ministro degli Esteri Fini una lettera durissima in cui, dopo aver ricapitolato normativa e giurisprudenza
comunitarie, concludeva che l’Italia <<avendo adottato e mantenendo in vigore l’articolo 1,
commi da 25 a 27 e comma 29 della legge n° 308 del 15 dicembre 2004, per mezzo del quale alcune sostanze od oggetti, i quali ai sensi della direttiva 75/442/CEE modificata sono da considerarsi rifiuti, vengono invece sottratti all’ambito della legislazione italiana sui rifiuti, e, avendo come prassi consolidata e persistente quella di adottare disposizioni volte a restringere l’ambito di applicazione della direttiva 75/442/CEE in Italia, con riferimento alla definizione di rifiuto di cui all’articolo 1, lettera a) della direttiva>>, si sottrae ai suoi
obblighi verso la UE.
Come tutta risposta -e arriviamo ai giorni nostri-, l’Italia approvava il D. Lgs 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), in cui non solo riconfermava quanto contenuto nella legge delega ma addirittura ampliava le esenzioni, introducendo formalmente le categorie dei <<sottoprodotti>>, delle <<materie prime secondarie>> e dei <<combustibili>> per sottrarre ancora una volta rifiuti (soprattutto industriali) alla relativa disciplina2. E ricevendone, come prevedibile, una ennesima condanna in quanto “la Repubblica italiana, avendo adottato e mantenendo in vigore disposizioni quali l’art. 1, commi 25-27 e 29, lett. a), della legge n. 308/2004 e l’art. 1, comma 29, lett. b), della legge n. 308/2004, nonché gli artt. 183, comma 1, lett. s), e 229, comma 2, del decreto legislativo n. 152/2006, per mezzo delle quali, rispettivamente, certi rottami destinati all’impiego in attività siderurgiche

2
Per approfondimenti, ci permettiamo di rinviare al nostro Violazioni e sanzioni in tema di rifiuti nel nuovo

testo unico ambientale, Poligrafico dello Stato 2006
e metallurgiche e il CDR-Q sono sottratti a priori all’ambito di applicazione della
legislazione italiana sui rifiuti di trasposizione della direttiva 75/442, è venuta meno agli obblighi derivanti dall’art. 1, lett. a), della medesima direttiva”3.
Nello stesso periodo di tempo, il partito del non rifiuto operava anche settorialmente su alcuni rifiuti particolari quali le terre e rocce da scavo al fine di escluderli dalla normativa comunitaria anche se fortemente contaminati come quelli connessi con le opere per la TAV; in proposito, basta ricordare il comma 17 dell’art. 1 della legge 21 dicembre 2001 n.
443 per il “rilancio delle attività produttive”, a norma del quale “il comma 3, lettera b), dell’
articolo 7 ed il comma 1, lettera f-bis) dell’articolo 8 del decreto legislativo n. 22 del 1997, si interpretano nel senso che le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, non costituiscono rifiuti e sono, perciò, escluse dall’ ambito di applicazione del medesimo decreto legislativo, anche quando contaminate, durante il ciclo produttivo, da sostanze inquinanti derivanti dalle attività di escavazione, perforazione e costruzione, semprechè la composizione media dell’intera massa non presenti una concentrazione di inquinanti superiore ai limiti massimi previsti dalle norme vigenti.” Il che portava all’ennesima condanna del nostro paese in sede comunitaria4.
Comunque, solo nel 2008, con le correzioni del governo Prodi, si dava finalmente attuazione alla nozione di rifiuto delineata in sede comunitaria, eliminando gran parte delle invenzioni italiane.

Il partito dei termovalorizzatori
Se, a questo punto, ci soffermiamo ad esaminare la strategia del partito del non rifiuto, appare chiaro che essa, in sostanza, utilizza la problematica del recupero come se fosse alternativa al concetto stesso di rifiuto in quanto sarebbe rifiuto solo quello destinato allo smaltimento. Tanto è vero che, come abbiamo visto, in Italia nel 1982 erano rifiuti solo
quelli abbandonati; e l’art. 1 DPR 915/82, del resto, parlava di “smaltimento dei rifiuti nelle
varie fasi di conferimento, raccolta, spazzamento, cernita, trasporto, trattamento, inteso questo come operazione di trasformazione necessaria per il riutilizzo, la rigenerazione, il recupero, il riciclo e l’innocuizzazione dei medesimi¼.”, dimenticando totalmente che nella direttiva n. 442 esisteva un art. 3 che non solo privilegiava il recupero rispetto allo smaltimento ma, nell’ambito del recupero, delineava una precisa gerarchia, ponendo al

3
4
CGCE , sez. 8, 22 dicembre 2008, causa C-283/07
CGCE,sez. 3, 18 dicembre 2007, causa c-194/05

primo posto la prevenzione ed al secondo il recupero, e precisando che nell’ambito del
recupero il riciclo come materia precede l’uso dei rifiuti come fonte di energia.
In questo quadro, era evidente che questo disegno comunitario non poteva essere accettato dal partito del non rifiuto perché inficiava alla radice il grimaldello del recupero = non rifiuto; né, tanto meno, poteva accettare una gerarchia del recupero che poneva precisi obblighi prioritari (con relativi costi economici) alle imprese. In particolare non poteva accettare che vi fosse una chiara indicazione di priorità per il riciclaggio rispetto al ben più conveniente e semplice incenerimento al fine di produrre energia, anche se ribattezzato, all’italiana, “termovalorizzazione”5 ed anche se, ovviamente, ben più pericoloso per l’ambiente.
Ciò appare evidentissimo dalle vicende normative che iniziano nel 1997.
Infatti, con il D. Lgs 22/97 (cd. decreto Ronchi), l’art. 4 effettuava una corretta trasposizione dell’ art. 3 della (nuova) direttiva sui rifiuti 91/156/CEE, sancendo al secondo
comma che “il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di materia prima debbono essere
considerati preferibili rispetto alle altre forme di recupero”.
Trattasi, peraltro, di gerarchia che risulta in modo univoco e chiaro da tutti gli atti
comunitari di quel periodo. Ecco 3 esempi:

COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE UE 30 LUGLIO 1996
concernente il riesame della strategia comunitaria per la gestione dei rifiuti
OMISSIS
Per l’opzione recupero, ove valido dal punto di vista ambientale, la preferenza dovrebbe
essere data al recupero di materiali anziché ad operazioni di recupero di energia. Questo principio si basa sul fatto che il recupero del materiale ha un maggiore effetto rispetto al recupero dell’ energia sulla prevenzione dei rifiuti.
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Per una migliore comprensione si confrontino le definizioni di “recupero” e di “riciclaggio” come

risultano dall’art. 183, comma 1, D. Lgs 152/06:
t) “recupero”: qualsiasi operazione il cui principale risultato sia di permettere ai rifiuti di svolgere un ruolo
utile, sostituendo altri materiali che sarebbero stati altrimenti utilizzati per assolvere una particolare funzione
o di prepararli ad assolvere tale funzione, all’interno dell’impianto o nell’economia in generale. L’allegato C
della parte IV del presente decreto riporta un elenco non esaustivo di operazioni di recupero.;
u) “riciclaggio”: qualsiasi operazione di recupero attraverso cui i rifiuti sono trattati per ottenere prodotti,
materiali o sostanze da utilizzare per la loro funzione originaria o per altri fini. Include il trattamento di
materiale organico ma non il recupero di energia né il ritrattamento per ottenere materiali da utilizzare quali
combustibili o in operazioni di riempimento;
RISOLUZIONE PARLAMENTO EUROPEO 14 NOVEMBRE 1996
concernente il riesame della strategia comunitaria per la gestione dei rifiuti (COM 96-0399-
c4-0453/96)
Il Parlamento europeo
OMISSIS
invita il Consiglio e la Commissione¼ a: OMISSIS
4a) elaborare una autentica strategia in materia di rifiuti¼ rispettosa del seguente ordine di priorità: prevenzione, recupero, riciclaggio, recupero materiali, recupero energetico e smaltimento finale: presentare proposte concernenti la migliore applicazione possibile dell’ordine di priorità grazie all’elaborazione di analisi del ciclo di vita.

RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO UE 24 FEBBRAIO 1997
(sulla strategia comunitaria per la gestione dei rifiuti 97/C 76/01)

Il Consiglio dell’Unione Europea
OMISSIS
22) riconosce, per quanto riguarda le operazioni di recupero, che la scelta delle opzioni, in qualsiasi caso specifico, deve tener conto degli effetti ambientali ed economici, ma ritiene che attualmente, ed in attesa di progressi scientifici e tecnologici nonché di ulteriore sviluppo delle analisi del ciclo di vita, il reimpiego ed il recupero dei materiali dovrebbero essere considerati in generale preferibili ¼¼¼¼.

Tale gerarchia a favore del riciclo appare confermata anche da tutti gli atti comunitari
successivi al 1997.
Ad esempio, nella relazione del 19 maggio 2003 sull’attuazione della legislazione
comunitaria sui rifiuti (COM 2003-250 def.) la Commissione ricorda che <<la gerarchia
dei principi di gestione dei rifiuti stabilita dalla direttiva 75/442/CEE è la seguente: prevenzione, riciclo, recupero di energia, smaltimento sicuro>>; e nella comunicazione
(sintesi) del 21 dicembre 2005 sulla strategia tematica sulla prevenzione e riciclaggio di
rifiuti (COM 2005-666), ribadisce espressamente che <<restano validi gli obiettivi della
normativa comunitaria già fissati prima dell’adozione della presente strategia¼>>.
La priorità al riciclo si trova espressa sotto forma di obiettivi quantificati nelle direttive 2000/53 sui veicoli fuori uso, 2002/96 sui RAEE e 2004/12 sugli imballaggi e costituisce
uno dei punti fondamentali della proposta di direttiva sui rifiuti COM (2005) 667 def.,
nella cui relazione introduttiva si ribadisce ancora una volta espressamente che non vengono modificati <<l’ordine e la natura della “gerarchia dei rifiuti” contenuta nella direttiva 75/442/CEE >>.; tanto è vero che nel quinto <<considerando>> della direttiva 2006/12/CE si legge che <<è auspicabile favorire il recupero dei rifiuti e l’utilizzazione dei materiali di recupero come materie prime per preservare le risorse naturali¼>> .
Nonostante questo quadro comunitario del tutto univoco, nel 2006, il governo Berlusconi,
promulgando il D. Lgs 152/2006, affermava, invece, che occorre provvedere alla <<ridefinizione delle priorità nella gestione dei rifiuti in conformità a quelle stabilite dalla normativa comunitaria, senza porre gradi di gerarchia fra il recupero di materia prima secondaria ed il recupero energetico>>. E, quindi, abrogava il citato comma 2 dell’art. 4 del Decreto Ronchi n. 22/1997 secondo cui <<il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di materia prima debbono essere considerati preferibili rispetto alle altre forme di recupero >>.
La prima smentita veniva già nel 2007 dal Parlamento europeo, che confermava ancora
una volta la solita gerarchia:

PARLAMENTO EUROPEO
Risoluzione 15 febbraio 2007 su una strategia tematica per il riciclaggio di rifiuti
2006/2175(INI)

15. sottolinea l’importanza centrale della gerarchia dei rifiuti, che stabilisce le seguenti
priorità d’azione in ordine decrescente:
– prevenzione;
– riutilizzo;
– riciclaggio materiale;
– altre operazioni di recupero, ad esempio il recupero di energia;
– smaltimento;
come regola generale della gestione dei rifiuti finalizzata a ridurre la produzione di rifiuti e le ripercussioni negative sulla salute e sull’ambiente risultanti dalla produzione e gestione
dei rifiuti;
E, ovviamente, lo stesso avveniva nel testo finale della nuova direttiva sui rifiuti del 2008.
DIRETTIVA UE 2008/98/CE SUI RIFIUTI
Sesto considerando : “l ‘obiettivo principale di qualsiasi politica in materia di rifiuti dovrebbe essere di ridurre
al minimo le conseguenze negative della produzione e della gestione dei rifiuti per la salute umana e l’ambiente. La politica in materia di rifiuti dovrebbe altresì puntare a ridurre l’uso di risorse e promuovere
l’applicazione pratica della gerarchia dei rifiuti”
Settimo considerando “nella sua risoluzione del 24 febbraio 1997 sulla strategia comunitaria per la gestione dei rifiuti, il Consiglio ha confermato che la priorità principale della gestione dei rifiuti dovrebbe essere la prevenzione e che il riutilizzo e il riciclaggio di materiali dovrebbero preferirsi alla valorizzazione energetica
dei rifiuti, nella misura in cui essi rappresentano le alternative migliori dal punto di vista ecologico.”
Art. 4, comma 1
gerarchia dei rifiuti
<<La seguente gerarchia dei rifiuti si applica quale ordine di priorità della normativa e della politica in materia
di prevenzione e gestione dei rifiuti:
a) prevenzione
b) preparazione per il riutilizzo
c) riciclaggio
d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia; e
e) smaltimento >>

Ma, nel frattempo, anche se una autorevole rivista di diritto ambientale aveva accolto
entusiasticamente l’inaccettabile distorsione del governo Berlusconi6, era già intervenuto il decreto correttivo n. 4/2008 del governo Prodi, che aveva inserito nell’art. 179 un comma 2 del D. Lgs 152/06, secondo cui << nel rispetto delle misure prioritarie di cui al comma 1, le misure dirette al recupero dei rifiuti mediante riutilizzo, riciclo o ogni altra azione diretta ad ottenere da essi materia prima secondaria sono adottate con priorità rispetto all’uso dei rifiuti come fonte di energia>>; ristabilendo, quindi, correttamente la gerarchia comunitaria.
Impostazione che, con qualche sbavatura, veniva mantenuta anche dopo la riformulazione
dell’ art. 179 con il D. Lgs. n. 205/2010.

Il partito del sottoprodotto
Ma non è finita. Perché oggi il solito partito del non rifiuto e dei termovalorizzatori si è trasformato nel partito del sottoprodotto ben sapendo che oggi basta qualificare un residuo come sottoprodotto per escluderlo dalla disciplina sui rifiuti.
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Si rinvia al nostro Viva viva gli inceneritori in www.lexambiente.it, 2008

Già più volte, ed anche recentemente, su questo sito ci siamo soffermati sulla nozione di
sottoprodotto. Ci limitiamo, quindi, a riprodurre lo schema da cui risultano le definizioni
comunitaria ed italiana:

DIRETTIVA 2008/98/CE D. Lgs. 152/06 dopo D. Lgs. 205/2010

Articolo 5 Articolo 184-bis

Sottoprodotti
1. Una sostanza od oggetto derivante da un processo di produzione il cui scopo primario non è la produzione di tale articolo può non essere considerato rifiuto ai sensi dell’articolo 3, punto 1, bensì sottoprodotto soltanto se sono
soddisfatte le seguenti condizioni:

a) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà
ulteriormente utilizzata/o;
b) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzata/o
direttamente senza alcun ulteriore trattamento
diverso dalla normale pratica industriale;
(Sottoprodotto)
1. È un sottoprodotto e non un rifiuto ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a), qualsiasi sostanza od oggetto
che soddisfa tutte le seguenti condizioni:
a) la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di
produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od
oggetto;

b) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel
corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di
terzi;
c) la sostanza o l’oggetto è prodotta/o come c) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato

parte integrante di un processo di produzione

d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza
o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non
direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso
dalla normale pratica industriale;

d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto
soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi

porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.
sull’ambiente o la salute umana.

2. Sulla base delle condizioni previste al 2. Sulla base delle condizioni previste al comma 1,
paragrafo 1, possono essere adottate misure possono essere adottate misure per stabilire criteri per stabilire i criteri da soddisfare affinché qualitativi o quantitativi da soddisfare affinché una
sostanze o oggetti specifici siano considerati sostanza o un oggetto specifico sia considerato
sottoprodotti e non rifiuti ai sensi dell’articolo 3, sottoprodotto e non rifiuto. All’adozione di tali criteri si punto 1. Tali misure, intese a modificare provvede con uno o più decreti del Ministro dell’ambiente

elementi non essenziali della presente direttiva, e della tutela del territorio e del mare, ai sensi dell’art. 17,
integrandola, sono adottate secondo la comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, in
procedura di regolamentazione con controllo di conformità con quanto previsto dalla disciplina
cui all’articolo 39, paragrafo 2. comunitaria.
E ci limitiamo a ricordare che, ovviamente, il dubbio interpretativo più rilevante attiene a
quell’utilizzo diretto senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale.
A parte questo dubbio, la cornice entro cui si può configurare un sottoprodotto appare abbastanza definita. Ed è appena il caso di evidenziare che, se il governo vuole intervenire, ai sensi del secondo comma, su determinate categorie di sottoprodotti, ciò deve fare, con apposito decreto, “sulla base delle condizioni” generali di cui al primo comma, e “in conformità con quanto previsto dalla disciplina comunitaria”. Il che postula
che vi sia, al massimo, un decreto governativo il quale, nell’ambito della cornice generale,
specifichi, dal punto di vista tecnico, alcuni criteri qualitativi e quantitativi per determinate categorie di sottoprodotti.
Ciò è esattamente quanto non sta avvenendo.
Già abbiamo richiamato su questo sito l’art. 52 del decreto sviluppo (D.L. 22 giugno 2012, n. 83 convertito con legge 7 agosto 2012, n. 134 ) il quale, al comma 2 bis, dispone che <<ai sensi dell’articolo 184-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e’ considerato sottoprodotto il digestato ottenuto in impianti aziendali o interaziendali dalla digestione anaerobica, eventualmente associata anche ad altri trattamenti di tipo fisico-meccanico, di effluenti di allevamento o residui di origine vegetale o residui delle trasformazioni o delle valorizzazioni delle produzioni vegetali effettuate dall’agro-industria, conferiti come sottoprodotti, anche se miscelati fra loro, e utilizzato ai fini agronomici. Con decreto del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono definite le caratteristiche e le modalita’ di impiego del digestato equiparabile, per quanto attiene agli effetti fertilizzanti e all’efficienza di uso, ai concimi di origine chimica, nonche’ le modalita’ di classificazione delle operazioni di disidratazione, sedimentazione, chiarificazione, centrifugazione ed essiccatura>>.
Quindi, una equiparazione con legge (e non con il decreto di cui all’art. 184 bis) e, con
ogni evidenza, ben al di là dei confini delineati dall’ art. 184 bis.
Lo stesso dicasi per le terre e rocce da scavo. Basta leggere il D.M. 10 agosto 2012 n. 161
contenente il Regolamento recante la disciplina dell’utilizzazione delle terre e rocce da scavo per capire che si fanno passare per sottoprodotti veri e propri rifiuti abbandonati nel terreno e che si gabellano per “normale pratica industriale” delle operazioni di vero e proprio recupero di rifiuti. Insomma, appare chiaro che il partito del “non rifiuto”, battuto dalla Corte europea, si è riconvertito in partito del sottoprodotto, e, quindi, tende a far diventare sottoprodotto ogni residuo industriale, onde sottrarlo alla disciplina sui rifiuti. In totale contrasto con tutta la giurisprudenza italiana e comunitaria.
Resta solo da dire che anche questa volta parte della dottrina sembra accodarsi entusiasticamente a questo andazzo, arrivando addirittura a criticare le sentenze della suprema Corte che giustamente, occupandosi dei sottoprodotti, hanno messo in rilievo
che trattasi della eccezione e non della regola e che <<il concetto di “normale pratica
industriale” non può comprendere attività comportanti trasformazioni radicali del materiale trattato che ne stravolgano l’originaria natura, nonché tutti gli interventi manipolativi del residuo diversi da quelli ordinariamente effettuati nel processo produttivo nel quale esso viene utilizzato>>7.

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Si rinvia al nostro Sottoprodotto e normale pratica industriale: finalmente interviene la Cassazione, in

www.lexambiente.it 2012