Decreto sviluppo, le novità per l’ambiente

Decreto sviluppo, le novità per l’ambiente
Gianfranco Amendola

Il cd. decreto sviluppo n. 83 del 2012

I cambiamenti non finiscono mai e al peggio non c’è mai fine. Il governo Monti continua ad
intervenire sul già pessimo TUA per peggiorarlo ulteriormente.
L’ultimo atto (per ora) è contenuto nel cd. “decreto sviluppo”, cioè il decreto legge 22 giugno 2012 n. 83 convertito con legge 7 agosto 2012 n. 134, recante “misure urgenti per la crescita del Paese”.
Esso contiene almeno tre rilevanti innovazioni, di cui le prime due sono contenute nell’art. 35, intitolato a “disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi”, anche se solo il primo comma di quest’articolo si riferisce a questa materia.

L’art. 35 del decreto sviluppo

Per comprendere, anche visivamente, i cambiamenti apportati al D.Lgs. n. 152/06, basta
leggere lo schema che segue dove vengono riportati il testo originario, le modifiche apportate con il decreto legge n. 83 (sottolineate), e le ulteriori modifiche apportate con la legge di conversione n. 134 del 2012 (in neretto). Ovviamente, il testo finale in vigore è quello contenuto nella terza colonna.
D.LGS 152/06
Art. 6. Oggetto della disciplina (articolo così modificato dall’art.
2, comma 3, d.lgs. n. 128 del
2010)
17. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del
perimetro delle aree marine e
costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni

D.L. 22 GIUGNO 2012 N. 83
testo in vigore dal: 26-6-2012

Art. 35
Disposizioni in materia di ricerca
ed estrazione di idrocarburi

1. L’articolo 6, comma 17, del
decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è sostituito dal seguente:

«17. Ai fini di tutela dell’ambiente
e dell’ecosistema, all’interno del
perimetro delle aree marine e
D.L. 22 giugno 2012, n. 83 coordinato con legge di conversione 7 agosto
2012, n. 134

Art. 35
Disposizioni in materia di
ricerca ed estrazione di
idrocarburi
1. L’articolo 6, comma 17,
del decreto legislativo 3
aprile 2006,n. 152, è
sostituito dal seguente:

«17. Ai fini di tutela
dell’ambiente e
dell’ecosistema, all’interno
internazionali sono vietate le
attività di ricerca, di prospezione
nonché di coltivazione di
idrocarburi liquidi e gassosi in
mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9.
Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici
miglia marine dal perimetro esterno delle suddette aree
marine e costiere protette, oltre che per i soli idrocarburi liquidi nella fascia marina compresa
entro cinque miglia dalle linee di base delle acque territoriali lungo
l’intero perimetro costiero
nazionale. Per la baia storica del Golfo di Taranto di cui all’articolo 1 del d.P.R. 26 aprile 1977, n.
816, il divieto relativo agli
idrocarburi liquidi è stabilito entro
le cinque miglia dalla linea di costa.

Al di fuori delle medesime aree,
le predette attività sono
autorizzate previa sottoposizione
alla procedura di valutazione di
impatto ambientale di cui agli
articoli 21 e seguenti del
presente decreto, sentito il
parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree
marine e costiere interessate
dalle attività di cui al primo
periodo. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai
procedimenti autorizzatori in corso alla data di entrata in vigore del presente comma.
Resta ferma l’efficacia dei titoli
abilitativi già rilasciati alla stessa data, anche ai fini delle eventuali relative proroghe. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al
costiere a qualsiasi titolo protette
per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni
internazionali sono vietate le
attività di ricerca, di prospezione
nonchè di coltivazione di
idrocarburi liquidi e gassosi in
mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9.
Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo
l’intero perimetro costiero
nazionale e dal perimetro esterno
delle suddette aree marine e
costiere protette, fatti salvi i
procedimenti concessori di cui
agli articoli 4, 6 e 9 della legge n.
9 del 1991 in corso alla data di
entrata in vigore del decreto
legislativo 29 giugno 2010 n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e
concessori conseguenti e
connessi, nonchè l’efficacia dei
titoli abilitativi già rilasciati alla
medesima data, anche ai fini della
esecuzione delle attività di
ricerca, sviluppo e coltivazione da
autorizzare nell’ambito dei titoli
stessi, delle eventuali relative
proroghe e dei procedimenti
autorizzatori e concessori
conseguenti e connessi. Le
predette attività sono autorizzate
previa sottoposizione alla
procedura di valutazione di
impatto ambientale di cui agli
articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti
locali posti in un raggio di dodici
miglia dalle aree marine e
costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo.
del perimetro delle aree
marine e costiere a
qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale,
in virtù di leggi nazionali,
regionali o in attuazione di
atti e convenzioni
dell’Unione europea e
internazionali sono vietate
le attività di ricerca, di prospezione nonchè di
coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9
della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto è
altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa
lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e
costiere protette, fatti salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991
in corso alla data di entrata in vigore del
decreto legislativo 29
giugno 2010 n. 128 ed i
procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti
e connessi, nonchè
l’efficacia dei titoli abilitativi
già rilasciati alla
medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo
e coltivazione da
autorizzare
nell’ambito dei titoli stessi,
delle eventuali relative
proroghe e dei
procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti

presente comma è abrogato il
comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239.
(comma così modificato dall’art.
3, comma 1, d.lgs. n. 121 del
2011, poi dall’art. 24, comma 1, lettera a), legge n. 35 del 2012)

184. Classificazione
5-bis. I sistemi d’arma, i mezzi, i
materiali e le infrastrutture
direttamente destinati alla difesa
militare ed alla sicurezza
nazionale individuati con decreto del Ministro della difesa, nonché
la gestione dei materiali e dei rifiuti e la bonifica dei siti ove
vengono immagazzinati i citati materiali, sono disciplinati dalla
parte quarta del presente decreto
con procedure speciali da
definirsi con decreto del Ministro
della difesa, di concerto con il

Dall’entrata in vigore delle
disposizioni di cui al presente
comma è abrogato il comma 81
dell’articolo 1 della legge 23
agosto 2004, n. 239. A decorrere
dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i
titolari delle concessioni di
coltivazione in mare sono tenuti a
corrispondere
annualmente l’aliquota di prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del
e connessi.
Le predette attività sono
autorizzate previa sottoposizione alla
procedura di valutazione di impatto ambientale di
cui agli articoli 21 e
seguenti del presente
decreto, sentito il parere
degli enti locali posti in un
raggio di dodici miglia
dalle aree marine e
costiere interessate dalle
attività di cui al primo
periodo ,fatte salve le
attività di cui all’articolo
1, comma 82-sexies, della legge 23 agosto
2004, n. 239, autorizzate,
nel rispetto dei vincoli
ambientali da esso stabiliti, dagli uffici
territoriali di vigilanza dell’Ufficio nazionale
minerario per gli
idrocarburi e le georisorse, che
trasmettono copia delle relative autorizzazioni al Ministero dello sviluppo
economico e al
Ministero dell’ambiente
e della tutela del
territorio e del mare .
Dall’entrata in vigore delle
disposizioni di cui al
presente comma è
abrogato il comma 81
dell’articolo 1 della legge
23 agosto 2004, n. 239. A
decorrere dalla data di entrata in vigore della
presente disposizione, i
titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono
tenuti a corrispondere

Ministro dell’ambiente e della
tutela del territorio e del mare e
del mare ed il Ministro della
salute, da adottarsi entro il 31 dicembre 2008. I magazzini, i
depositi e i siti di stoccaggio nei
quali vengono custoditi i
medesimi materiali e rifiuti sono soggetti alle autorizzazioni ed ai nulla osta previsti dal medesimo decreto interministeriale.
(comma introdotto dall’art. 2,
comma 21, d.lgs. n. 4 del 2008)
decreto legislativo 25 novembre
1996, n. 625, elevata dal 7% al
10% per il gas e dal 4% al 7% per l’olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto
a versare le somme
corrispondenti al valore
dell’incremento dell’aliquota ad
apposito capitolo dell’entrata del
bilancio dello Stato, per essere
interamente riassegnate, in parti
uguali, ad appositi capitoli
istituiti nello stato di previsione del
Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e
del Ministero dello sviluppo economico, per assicurare il
pieno svolgimento rispettivamente
delle azioni di monitoraggio e
contrasto dell’inquinamento
marino e delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche
ambientale degli impianti di
ricerca e coltivazione in mare.».
2. All’articolo 184, al comma 5
bis, del decreto legislativo 3 aprile
2006, n. 152 è aggiunto il
seguente periodo:

«Con lo stesso decreto
interministeriale sono determinati
i criteri di individuazione delle
annualmente l’aliquota di
prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del decreto
legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal
7% al 10% per il gas e dal
4% al 7% per l’olio. Il
titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto a versare le somme
corrispondenti al valore
dell’incremento
dell’aliquota ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, per
essere
interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato
di previsione del Ministero dell’ambiente e della tutela
del territorio e del mare e
del Ministero dello
sviluppo economico, per
assicurare il pieno
svolgimento
rispettivamente delle
azioni di monitoraggio e
contrasto
dell’inquinamento marino e delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza
anche ambientale
degli impianti di ricerca e coltivazione in mare.».

2.All’articolo 184, al
comma 5 bis, del decreto
legislativo 3 aprile 2006, n. 152 è aggiunto il seguente
periodo:

«con lo stesso decreto
interministeriale sono determinati i criteri di

concentrazioni soglia di
contaminazione di cui all’Allegato
5 alla parte quarta del presente
decreto, applicabili ai siti
appartenenti al Demanio Militare e alle aree ad uso esclusivo alle Forze Armate, tenuto conto delle
attività effettivamente condotte
nei siti stessi o nelle diverse porzioni di essi.».
Le novità per la ricerca e la estrazione di idrocarburi
individuazione delle
concentrazioni soglia di
contaminazione di cui all’Allegato 5 alla parte
quarta del presente
decreto, applicabili ai siti appartenenti al Demanio
Militare e alle aree ad uso
esclusivo
alle Forze Armate, tenuto
conto delle attività
effettivamente condotte
nei siti stessi o nelle
diverse porzioni di essi.».
Dallo schema risulta con chiarezza che il decreto sviluppo ha apportato rilevanti
innovazioni al comma 17 dell’art. 6 D. Lgs 152/06, sia con il decreto legge n. 83 sia con la relativa legge di conversione.
Diciamo subito che vi è un precedente. Già elaborando il decreto sulle cd. liberalizzazioni, infatti, il governo, come risulta dalla bozza pubblicata sul Sole-24 ore, aveva previsto un art. 17 in cui si stabiliva che << l’articolo 6, comma 17, primo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è sostituito dal seguente: «Ai fini della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9, da svolgersi all’interno delle, acque delimitate dal perimetro delle aree protette individuate con decreto del ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del Mare da emanarsi entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. L’elenco viene aggiornato con cadenza annuale; nel caso di istituzione di nuova area protetta restano efficaci i titoli abilitativi già rilasciati.» (comma 1); aggiungendo, al comma 2, che <<all’articolo 6, comma 17, sesto periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152, dopo le parole «stessa data» sono aggiunte le seguenti parole «in base ai quali possono essere rilasciati i provvedimenti conseguenti o comunque connessi ai titoli stessi, comprese le proroghe e il rilascio delle concessioni conseguenti a un rinvenimento in un permesso di ricerca già rilasciato>>. In sostanza, con questa norma si voleva stabilire che
il divieto di svolgere attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e
gassosi non valeva più “per tutte le aree marine o costiere a qualsiasi fine protette per
scopi di tutela ambientale¼.” , ma solo per quelle identificate in modo ufficiale dal
Ministero dell’Ambiente, ampliando, nel contempo, la possibilità di utilizzo dei titoli
abilitativi già rilasciati . Tale norma, tuttavia, non fu approvata nella stesura definitiva del decreto legge sulle liberalizzazioni, anche per le vibrate proteste di alcune associazioni ambientaliste.
Ma oggi è nuovamente spuntata nel decreto sviluppo, e in modo ancora più rilevante: si
riaprono tutti i termini, anche delle autorizzazioni scadute e di quelle il cui iter era in corso
nel 2010, comprese le proroghe e, come si legge nella relazione governativa, “si chiarisce che, nell’ambito dei titoli già rilasciati possono essere svolte, oltre alle attività di esercizio, tutte le altre attività di ricerca, sviluppo e coltivazione di giacimenti già noti o ancora da accertare, consentendo di valorizzare nel migliore dei modi tutte le risorse presenti nell’ambito dei titoli stessi”; il che, come rilevato da attenta dottrina, porta “alla conseguenza, a dir poco ovvia, che chi possedeva una licenza di esplorazione e/o di trivellazione prima del maggio 2010, potrà ora non solo riprendere tranquillamente la sua attività ma addirittura svolgerne di nuove, eccependo che queste siano parte di un progetto già esistente”1. Come se non bastasse, ulteriori deroghe al divieto vengono aggiunte dalla legge di conversione.
A questo punto, sembra inutile qualsiasi commento. Ancora una volta il governo dei Professori, certamente in perfetta buona fede, ha ritenuto che lo “sviluppo” del paese, basato su combustibili fossili, debba prevalere rispetto alle esigenze di tutela ambientale, senza neppure porsi il problema che forse ormai non ha più senso continuare a privilegiare un tipo di sviluppo di cui ogni giorno di più vediamo i limiti ed i danni. Insomma, è la tutela ambientale che deve essere “sostenibile” rispetto all’economia e non viceversa.

La bonifica dei siti militari

Non è tutto. Come abbiamo documentato, il secondo comma dell’art. 35 modifica l’art.
184, comma 5 bis del D. Lgs 152/06 in tema di bonifiche, aggiungendo un comma
secondo cui “con lo stesso decreto interministeriale sono determinati i criteri di
individuazione delle concentrazioni soglia di contaminazione di cui all’Allegato 5 alla parte quarta del presente decreto, applicabili ai siti appartenenti al Demanio Militare e alle aree ad uso esclusivo alle Forze Armate, tenuto conto delle attività effettivamente condotte nei siti stessi o nelle diverse porzioni di essi”.

1
STEFUTTI, Trivella selvaggia, atto secondo, in www.dirittoambiente.net

È inutile dire che questo comma non ha niente a che vedere né con lo sviluppo né con la
“ricerca ed estrazione di idrocarburi” che è il titolo dell’art. 35. È stato aggiunto, come avviene spesso, all’ultimo momento e ed è stato collocato nell’art. 35 perché riferito al TUA, anche se non attiene in alcun modo alle prospezioni petrolifere.
Ma prescindiamo dalla correttezza istituzionale ed andiamo al merito. Già su queste colonne ci siamo occupati della normativa sulle bonifiche e già abbiamo messo in risalto la farraginosità e la difficile applicabilità della disciplina contenuta nell’art. 240 TUA , peraltro molto più permissiva e “buona” della precedente (contenuta nel decreto Ronchi). Ed infatti, già il comma 5 bis dell’art. 184 stabiliva che la gestione dei rifiuti “militari e la bonifica dei siti ove vengono immagazzinati materiali militari sono disciplinate dalla parte quarta del D. Lgs 152/06 ma con “procedure speciali” da definirsi con decreto interministeriale. Evidentemente tutto questo non bastava ai vertici militari. Oggi si stabilisce che anche i blandissimi limiti stabiliti dal D. Lgs 152/06 per far luogo a bonifica sono troppo severi e quindi non sono validi per i siti militari, per i quali verranno stabiliti a parte, sempre con lo
stesso decreto interministeriale, tenuto conto delle attività effettivamente condotte nei siti
stessi o nelle diverse porzioni di essi.
Ci si chiede, a questo punto, quale sia la reale motivazione di questa assurda benevolenza per i militari rispetto alle esigenze della salute e dell’ambiente. La risposta sembra agevole. Secondo la Commissione parlamentare di inchiesta sulle basi militari, ammonta a 100 milioni di euro la valutazione dei costi di bonifica di queste aree. Ma c’è di
più. Infatti “vengono subito in mente le problematiche legate ai fenomeni di disastro
ambientale verificatesi nel poligono di Quirra, in Sardegna, che non a caso fu posto sotto sequestro nel maggio del 2011, dove, come ben noto, a seguito delle esercitazioni militari che si sono svolte nel tempo, si è registrato il rilascio di sostanze altamente tossiche e nocive, in cui tutta l’acqua della zona risulta aver subito contaminazioni di nanoparticelle provenienti dai vari brillamenti di munizionamento eseguiti in questi anni nel poligono, e in cui sono nati numerosi capi di bestiame che presentavano gravissime malformazioni (in alcuni casi deue teste). È notizia proprio di questi giorni che presso il Tribunale di Lanosei si sia aperto il processo, che vede circa 20 imputati, a carico dei quali è stata ipotizzata la

commissione del delitto di disastro ambientale proprio per l’utilizzo di uranio impoverito
nell’area interessata da questi gravissimi fenomeni”2.

L’art. 52 del decreto sviluppo

Del Tua non si occupa solo l’art. 35 , ma anche l’art. 52, nato inizialmente con 2 commi e
poi, nella conversione, arricchito di altri due commi (2 bis e 2 ter) che nulla hanno a che
vedere con i primi due nè con la rubrica dell’articolo intitolato alla tracciabilità dei rifiuti.
Ma andiamo con ordine e leggiamo prima l’articolo nella sua versione definitiva (in neretto
le aggiunte della legge di conversione)
ART. 52
Disposizioni in materia di tracciabilità dei rifiuti
1. Allo scopo di procedere, ai sensi degli articoli 21-bis, 21-ter, 21-quater, e 21-quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241 e successive modifiche ed integrazioni, alle ulteriori verifiche amministrative e funzionali del Sistema di controllo della Tracciabilità dei Rifiuti
(SISTRI) di cui all’articolo 188-bis,
comma 1, lettera a) del decreto legislativo n. 152 del 2006 resesi necessarie anche a seguito delle attività poste in essere ai sensi dell’articolo 6, comma 2, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito con modificazioni in legge 14 settembre, n. 148 e successive modifiche ed integrazioni, il termine di entrata in operatività del Sistema SISTRI, già fissato dall’articolo 12, comma 2 del decreto ministeriale 17 dicembre 2009 e
prorogato, da ultimo, con l’articolo 6, comma 2, del già richiamato decreto-legge 13
agosto 2011, n. 138 e con l’articolo 13, comma 3 e 3-bis del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216, è sospeso fino al compimento delle anzidette verifiche e comunque non oltre il 30 giugno 2013, unitamente ad ogni adempimento informatico relativo al SISTRI da parte dei soggetti di cui all’articolo 188-ter del decreto legislativo n. 152/2006, fermo restando, in ogni caso, che essi rimangono comunque tenuti agli adempimenti di cui agli articoli 190 e 193 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 ed all’osservanza della relativa disciplina, anche sanzionatoria, vigente antecedentemente all’entrata in vigore del decreto legislativo del 3 dicembre 2010, n. 205.
2. Con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare è fissato il nuovo termine per l’entrata in operatività del Sistema SISTRI e, sino a tale termine, sono
2

SANTOLOCI-STEFUTTI, Decreto Sviluppo: spunta a sorpresa la norma che condona le bonifiche ai siti

militari, in www.dirittoambiente.net
sospesi gli effetti del contratto stipulato tra il Ministero dell’ambiente e della tutela del
territorio e del mare e la SELEX – SE.MA in data 14 dicembre 2009, come integrato da atto stipulato tra le medesime parti in data 10 novembre 2010 e sono conseguentemente inesigibili le relative prestazioni; è altresì sospeso il pagamento dei contributi dovuti dagli utenti per l’anno 2012.

2-bis. Ai sensi dell’articolo 184-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è
considerato sottoprodotto il digestato ottenuto in impianti aziendali o interaziendali dalla digestione anaerobica, eventualmente associata anche ad altri trattamenti di tipo fisico-meccanico, di effluenti di allevamento o residui di origine vegetale o residui delle trasformazioni o delle valorizzazioni delle produzioni vegetali effettuate dall’agro-industria, conferiti come sottoprodotti, anche se miscelati fra loro, e utilizzato ai fini agronomici. Con decreto del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono definite le caratteristiche e le modalità di impiego del digestato equiparabile, per quanto attiene agli effetti fertilizzanti e all’efficienza di uso, ai concimi di origine chimica, nonchè le modalità di classificazione delle operazioni di disidratazione, sedimentazione, chiarificazione, centrifugazione ed essiccatura.

2-ter. Al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono
apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 183, comma 1, lettera bb), alinea, dopo le parole: «della cooperativa agricola» sono inserite le seguenti: «, ivi
compresi i consorzi agrari,»;
b) all’articolo 193, comma 9-bis, secondo periodo, dopo le parole: «della cooperativa agricola» sono inserite le seguenti: <<, ivi compresi i consorzi agrari,>>.

La fine del SISTRI ?

Poco c’è da dire sui primi due commi. È noto il disastro SISTRI, una brutta storia tutta
italiana che probabilmente è meglio chiudere al più presto, salvo il capitolo del risarcimento danni anche erariali. Con questi due commi si sospende tutto e si conferma il ritorno alla disciplina ante SISTRI, anche sotto il profilo di obblighi e sanzioni. Tanto, ormai, i danni sono stati fatti.

Resta solo da chiedersi se questa è la la pietra tombale o se qualcosa del SISTRI
residuerà in futuro.
Non a caso, del resto, l’art. 52 con la sospensione del SISTRI è stato collocato nel capo V del decreto sviluppo, relativo a “ulteriori misure a sostegno delle imprese”.

L’assalto dei sottoprodotti: il digestato

Con il comma 2 bis, continua l’assalto ai sottoprodotti. Il partito del “non rifiuto”, battuto
dalla Corte europea, si è riconvertito in partito del sottoprodotto, e, quindi, tende a far diventare, con legge, sottoprodotto ogni residuo, onde sottrarlo alla disciplina sui rifiuti. In proposito, basta ricordare che già la legge (art. 184 bis D. Lgs. 152/06), sulla base della normativa comunitaria, stabilisce le condizioni per considerare sottoprodotto un residuo di
produzione, e già al secondo comma dell’articolo citato stabilisce che <<sulla base delle
condizioni previste al comma 1, possono essere adottate misure per stabilire criteri qualitativi o quantitativi da soddisfare affinché una sostanza o un oggetto specifico sia considerato sottoprodotto e non rifiuto. All’adozione di tali criteri si provvede con uno o più decreti del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ai sensi dell’art. 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, in conformità con quanto previsto dalla disciplina comunitaria.>>. Non c’è quindi bisogno di ricorrere ad una nuova legge per
stabilire se un residuo è sottoprodotto o per disciplinare specifiche categorie di
sottoprodotti; basterebbe, applicare l’ art. 184 bis e rispettarne le condizioni. La verità è che si vuole forzare la mano e stabilire che è sottoprodotto un residuo che non sarebbe classificabile come tale in base all’art. 184 bis. Si è iniziato con le “terre da scavo”, oggi si prosegue con il “digestato”, e così via.

Conclusioni

La conclusione è semplice. Anche il decreto sviluppo, come tutti gli altri provvedimenti
legislativi relativi all’ambiente del governo dei Professori, rivela una cultura, prima ancora che una politica, secondo cui la tutela ambientale è residuale rispetto agli interessi “forti”, specie in periodo di crisi economica ed occupazionale.
Purtroppo manca del tutto un qualsiasi dubbio che forse è vero il contrario e che un vero sviluppo non può che partire dalla tutela dell’ambiente e dal ripensamento sul tipo di sviluppo non sostenibile, ormai giunto al capolinea, imposto sinora al paese, basato
sull’uso di risorse non rinnovabili, sugli sprechi e sulle diseguaglianze. Tanto è vero che si
continua a parlare solo di “crescita” in senso quantitativo. Speriamo in tempi migliori!