Il governo dei professori e la tutela dell’ambiente

Il governo dei professori e la tutela dell’ambiente
Gianfranco Amendola

C’è un dato costante che, a prescindere dalle maggioranze governative, caratterizza
l’operato del nostro legislatore ambientale sin dal lontano 1997, e cioè, salvo poche eccezioni, la predisposizione di norme di tutela più formali che sostanziali, con sanzioni blande (basta pensare alla perdurante assenza di delitti in campo ambientale), chiaramente studiate a ricasco delle esigenze economiche e produttive, specie dei settori “forti” in campo industriale.
Non è certo un caso, del resto, se nei casi più gravi di inquinamento ambientale, si deve ricorrere alle norme generali del codice penale (disastro, danneggiamento, avvelenamento di acque ecc.) più che alle norme di settore oggi concentrate nel cd. Testo unico ambientale (TUA: D. Lgs. 152/06).
Fatta questa constatazione, resta da vedere se la svolta recente di indirizzo politico connessa con l’avvento del “governo dei Professori” abbia proseguito nella stessa direzione ovvero se, nei primi provvedimenti varati dal nuovo governo, sia riscontrabile qualche segnale di novità e di diversa attenzione per la tutela ambientale. Allora, andiamo con ordine e lasciamo parlare i fatti.

1 Il decreto salva Italia

Iniziamo dal cd. decreto salva Italia, e cioè dal decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201
coordinato con la legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214, intitolato <<Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici>>, il quale si occupa
di ambiente in quattro diverse occasioni inserite in due articoli.
La prima, nell’art. 14, relativo alla “Istituzione del tributo comunale sui rifiuti e sui servizi”,
basato sul principio che “il presupposto impositivo viene commisurato in relazione alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte, restando di fatto ancorato alla mera occupazione dei locali e non all’effettiva produzione dei rifiuti”1, come invece sarebbe, ovviamente,
auspicabile.

1
VATTANI, Novità in materia di ambiente nel Decreto Salva Italia, in www.dirittoambiente.net
ImageLa seconda, nello stesso articolo, comma 46, ultimo periodo, modifica l’articolo 195,
comma 2, lettera e), del TUA, ampliando notevolmente la categoria dei rifiuti speciali (da
lavorazione) assimilabili agli urbani, e, quindi, sottoposti al più benevolo (anche come
costi) e meno garantista regime di questi ultimi.
La terza è contenuta nell’art. 40 (“Riduzione degli adempimenti amministrativi per le imprese”), al comma 5, il quale modifica le norme (già complicate e di difficile attuazione)
contenute nel TUA in tema di bonifiche “semplificandole” nel senso di ritenere sufficiente,
in caso di contaminazione, non la bonifica vera e propria del sito ma la messa in sicurezza operativa (l’insieme degli interventi eseguiti in un sito atti a garantire un adeguato livello di sicurezza per le persone e per l’ambiente).
La terza è contenuta nel comma 8 dello stesso articolo e, allo scopo di <<semplificare lo smaltimento dei rifiuti speciali per talune attività>>, si occupa di un problema
evidentemente ritenuto di urgenza nazionale, e cioè di semplificare lo smaltimento dei
rifiuti prodotti dai <<soggetti che svolgono le attività di estetista, acconciatore, trucco
permanente e semipermanente, tatuaggio, piercing, agopuntura, podologo, callista, manicure, pedicure e che producono rifiuti pericolosi e a rischio infettivo (CER 180103: aghi, siringhe e oggetti taglienti usati)>>; sancendo, a tal fine, che i predetti soggetti possono, in buona misura, derogare agli obblighi generali previsti per trasporto, registro di
carico e scarico e formulari.2

2. Il decreto legge sulle liberalizzazioni

Con il decreto-legge 24 gennaio 2012, n.1 (Gazzetta Ufficiale n. 19 del 24 gennaio 2012,
Suppl. Ordinario n.18), il governo dei Professori ha dettato disposizioni urgenti per la
concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività. Al momento in cui scriviamo, è ancora in atto l’iter per la conversione in legge e, quindi, bisogna vedere se saranno
apportate modifiche.
Allo stato, comunque, sono riscontrabili almeno due disposizioni relative alla normativa ambientale.
La prima è contenuta nell’art. 48 in materia di dragaggi ed allarga notevolmente la possibilità di utilizzare, anche per ripascimento, i materiali derivanti da tale attività, che spesso sono altamente tossici e pericolosi.

2

Per approfondimenti si rinvia a nostro articolo in corso di pubblicazione su Ambiente e sicurezza sul lavoro
La seconda è contenuta nell’art. 49 (Utilizzo terre e rocce da scavo) e stabilisce che
<<l’utilizzo delle terre e rocce da scavo è regolamentato con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti da adottarsi entro sessanta giorni dall’entrata in vigore del presente decreto>>. A prima vista, trattasi di modifica poco significativa anche perché già attualmente la regolamentazione delle terre e rocce da scavo come sottoprodotti, contenuta nell’art. 186 TUA, verrà meno quando sarà emesso un decreto ministeriale contenente misure per stabilire criteri qualitativi o quantitativi da soddisfare affinché una sostanza o un oggetto specifico sia considerato sottoprodotto e non rifiuto (art. 184 bis,
comma 2). Infatti, ai sensi dell’ art. 39, quarto comma, D. Lgs 205/2010 <<dalla data di
entrata in vigore del decreto ministeriale di cui all’art. 184 bis, comma 2, è abrogato l’art.
186>>
Tuttavia, il discorso è ben più complesso: infatti un primo tentativo di liberalizzare l’uso
delle terre e rocce da scavo con decreto ministeriale era già stato fortemente criticato da un parere del Consiglio di Stato, e quindi, con una riproposizione con nuova legge dello strano principio secondo cui con decreto ministeriale si abroga una norma di legge, si tenta probabilmente di affrettare i tempi. E non è certo un caso se, fino al giorno prima della pubblicazione del decreto legge in esame, il testo dell’art. 49, così come riportato dal Sole 24 Ore, era notevolmente diverso in quanto, sotto la rubrica “Regime utilizzo delle terre e rocce da scavo”, disponeva che << sono da considerare sottoprodotti ai sensi dell’articolo 184-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modificazioni, nelle more dell’emanazione del decreto del ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare di cui al comma 2 dello stesso articolo, le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, prodotte nell’esecuzione di opere, anche se contaminate o mischiate, durante il ciclo produttivo, da acqua ovvero da materiali, sostanze o residui di varia natura, quali calcestruzzo, bentonite, Pvc o vetroresina derivanti dalle tecniche e dai materiali utilizzati per poter effettuare le attività di evacuazione escavazione con tecniche tradizionali o meccanizzate, perforazione, prerivestimento, rivestimento, consolidamento dello scavo e costruzione ed impiegate, senza alcuna trasformazione diversa dalla normale pratica industriale, intendendosi per tale anche selezione granulometrica,
riduzione volumetrica, stabilizzazione a calce o a cemento, essiccamento,
biodegradazione naturale degli additivi condizionanti, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione che preveda la loro ricollocazione secondo le modalità
stabilite nel progetto di utilizzo approvato dalle Autorità competenti anche ai fini ambientali ed urbanistici e nel rispetto delle caratteristiche ambientali del sito di destinazione, con riferimento alle concentrazioni di tabella 1, allegato 5, parte IV, del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni>>. Proprio una vera e totale liberalizzazione estesa ben oltre le terre e rocce da scavo e ben oltre i confini del sottoprodotto3.
A questo si aggiunga un’altra norma “fantasma”, pure essa menzionata dal Sole 24 Ore e poi fortunatamente scomparsa, la quale voleva consentire prospezioni petrolifere pure in aree protette4.

3 Il decreto legge sulle semplificazioni

Il terzo provvedimento governativo consiste nel cd. decreto sulle semplificazioni e sullo
sviluppo, e cioè nel decreto legge n. 5 del 9 febbraio 2012, entrato in vigore il 10 febbraio, ma anch’esso in attesa, al momento in cui scriviamo, di legge di conversione.
In esso sono compresi due articoli (23 e 24) per la semplificazione delle autorizzazioni in campo ambientale che, a prima vista, destano già notevoli perplessità in un paese dove vi è sempre maggiore carenza di controlli ambientali per mancanza di uomini, mezzi e professionalità.
Ma è proprio a proposito dei controlli, che il decreto legge appare maggiormente significativo. In esso, infatti, è collocato l’art. 14, intitolato “Semplificazione dei controlli sulle imprese”, la cui ratio dichiarata è di limitare al massimo i controlli sulle imprese al fine di recare alle stesse “il minore intralcio” possibile.
In questo contesto, particolarmente indicativo e stravagante appare il comma 4, lettera d), il quale stabilisce che i controllori devono adeguarsi al principio di “collaborazione
amichevole con i soggetti controllati al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità”.
In proposito, ho già espresso, in altra sede5, l’opinione che, se con questo si voleva dire
che i controlli devono essere effettuati con educazione e senza vessare e intimidire i poveri industriali, trattasi, ovviamente, di norma del tutto superflua. Ma questo non vuol
3

Per approfondimenti si rinvia al nostro Il governo dei Professori e il partito delle terre e rocce da scavo in

www.lexambiente.it

4
STEFUTTI- SANTOLOCI, L’Ambiente perde la tripla A….Breve commento alle norme in materia di

promozione degli investimenti off-shore contenute della bozza del “Decreto Liberalizzazioni, in
www.dirittoambiente.net

5
AMENDOLA, Il controllo ambientale “amichevole” del governo dei Professori, in www.lexambiente.it

dire “collaborazione amichevole”. I controlli sono controlli e non si può imporre alcuna
“collaborazione amichevole” tra controllori e controllati. Né spetta ai controllori dare amichevoli consigli all’industriale su quello che deve fare al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità. L’industriale, se ha dei dubbi, ha tutti i diritti di pagarsi una consulenza privata o rivolgersi in modo formale e diretto alle istituzioni competenti e di ricevere risposta. Ma il pubblico controllore, se riscontra reati, deve farne denuncia all’A.G. e non può essere invischiato nei problemi del controllato.
Tanto più se il controllore è l’ARPA i cui funzionari, secondo la Suprema Corte, “sono
titolari di una posizione di garanzia in relazione all’ impedimento dei reati commessi dai terzi e, pertanto, qualora, venuti a conoscenza dell’effettuazione irregolare di operazioni di gestione di riiìuti, omettano di intervenire, sono responsabili ex art. 40, 2° comma, c.p. dell’illecito smaltimento del rifiuto” (Cass. Pen, sez. 3, c.c. 15 dicembre 2010, n. 3634,
Zanello). Altro che “amichevole collaborazione”.
Ma vale la pena di leggere anche, nello stesso articolo e comma la lettera f), la quale stabilisce la soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualità (UNI EN ISO-9001), o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate, da un organismo di certificazione accreditato da un ente di accreditamento designato da uno Stato membro dell’Unione europea ai sensi del Regolamento 2008/765/CE, o firmatario degli Accordi internazionali di mutuo riconoscimento (IAFMLA).
In dottrina si è giustamente rilevato, in proposito, che “a parte che non si capisce la ragione per la quale il Governo, prima di procedere all’emanazione dei regolamenti in questione, debba sentire solo “le associazioni imprenditoriali” e non anche quelle sindacali, le “perplessità” maggiori sono assai più di sostanza e involgono la lettera e lo spirito di questo articolato. La lettera è quella per la quale una mera certificazione di cui si doti un’azienda può comportare per quella un pressoché incondizionato salvacondotto, in termini di parziale o totale soppressione di controlli pubblici. Lo spirito è quello di trasformare, anche sulla carta, la P.A. italiana in un soggetto non più pienamente regolatore ex ante e controllore ex post rispetto ad un’attività economica, ma solo depositario della seconda prerogativa citata, in relazione a dati e attività “autocertificati” dai diretti interessati; il tutto in un quadro di vincoli rigidamente delimitati e limitanti, verrebbe da dire di “lacci e lacciuoli” a carico dello stesso soggetto pubblico, per mutuare il più noto e logoro tormentone della vulgata antistatalista”6.
Conclusione. Di certo, è presto per dare un giudizio definitivo sulla sensibilità ambientale
del nuovo governo; tanto più che due dei decreti legge citati sono ancora in fase di conversione in legge.
Ma è altrettanto certo che l’inizio non è promettente.
Anche se il governo dei Professori è profondamente diverso da quello che lo ha preceduto, la sua politica ambientale sembra quella di sempre. Largo ai poteri forti dell’economia; e tutela dell’ambiente completamente asservita agli interessi della produzione in quanto viene vista non come occasione di sviluppo, anche economico, ma, al contrario, come un impedimento alla crescita.

6
PALMISANO, Regole e tutela dell’ambiente e della salute pubblica: “una storia semplice”, in

www.lexambiente.it, cui si rinvia anche per le puntuali critiche all’allargamento della SCIA (Segnalazione
certificata d’inizio attività) in campo urbanistico.
6