Il partito del sottoprodotto

Il partito del sottoprodotto
di Gianfranco Amendola

Premessa

Più volte, anche recentemente, su questo sito ci siamo occupati dei sottoprodotti e cioè di
quei residui indesiderati di produzione che possono essere utilizzati in un processo produttivo; e che, per questo, sono esclusi dalla disciplina sui rifiuti.
Se oggi torniamo sull’argomento è solo perché sta sempre più prendendo piede nel nostro paese, dopo il “partito del non rifiuto”, un “partito del sottoprodotto”, che tende ad
escludere rifiuti dalla relativa disciplina estendendo senza limiti l’ambito dei sottoprodotti.
A livello legislativo, l’esempio più eclatante è fornita dalla disciplina italiana su terre e rocce da scavo dove rifiuti, anche pericolosi, sono stati “liberalizzati” come sottoprodotti in totale contrasto con tutta la normativa e la giurisprudenza comunitarie.
Ma anche in dottrina è comparsa una tesi1 che fornisce una singolare lettura dell’art. 184 bis D. Lgs 152/06 al fine di ampliare al massimo l’ambito dei sottoprodotti; ed anzi il suo furore liberalizzatore è tale da rivolgere pesanti critiche alla Cassazione, “rea”, come vedremo, di aver proposto una interpretazione ¼. conforme alla giurisprudenza comunitaria ed alla migliore dottrina2.
Non abbiamo intenzione di ripetere cose già più volte dette anche su questo sito. E, pertanto, rinviando ai nostri scritti precedenti, ci limitiamo, oggi, ad esaminare la problematica proposta da questa dottrina liberalizzatoria, riportando solo, ancora una volta, per ovvii motivi di chiarezza, il testo della disposizione sui sottoprodotti attualmente in vigore.

Articolo 184-bis
(Sottoprodotto)

1. È un sottoprodotto e non un rifiuto ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a),
qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfa tutte le seguenti condizioni:

1
MURATORI, Sottoprodotti: la Suprema Corte in difesa del sistema tolemaico?; e MAGLIA, Normale pratica

industriale: la contraddittoria e “pericolosa” interpretazione della Cassazione, in Ambiente e sviluppo 2012, n. 7, pag. 605 e segg.

2
PAONE, I sottoprodotti e la normale pratica industriale: una questione spinosa, in Ambiente e sviluppo n.

11, pag. 909 e segg.
a) la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte
integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto;
b) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un
successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi;
c) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore
trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico,
tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.
OMISSIS

La tesi liberalizzatoria

In estrema sintesi, la tesi in esame si basa su una premessa che appare superficiale e
fuorviante: è vero che la nozione di sottoprodotto è stata creata ed elaborata dalla Corte europea di giustizia con criteri molto restrittivi ma oggi, dopo l’entrata in vigore della direttiva n. 2008/98/Ce che ne ha fornito finalmente la definizione legislativa, è solo a questo dato normativo3 che bisogna guardare, dimenticando tutte le elaborazioni (e restrizioni) precedenti. E pertanto-si conclude- oggi si può considerare sottoprodotto (sottratto alla disciplina sui rifiuti) qualsiasi residuo anche se, per il suo riutilizzo siano necessarie quelle trasformazioni radicali che ne stravolgono natura e composizione, ritenute inammissibili dalla Corte europea. Peraltro, questo entusiasmo liberalizzatore non risparmia, come si è detto, neppure la suprema Corte, in quanto, pur se “il suo pensiero va comunque rispettato”, si è tuttavia “in qualche modo rifiutata di prendere atto del mutato quadro di riferimento normativo, quasi arroccandosi a difesa del sistema tolemaico, di fronte alle evidenze della tesi copernicana”.
Di fronte a una conclusione così roboante, quasi dispiace dover dissentire, sapendo anche
che rischiamo di venire etichettati come oscurantisti sostenitori del sistema tolemaico.

La critica : aspetti comunitari

Ma correremo il rischio, richiamando due circostanze di fatto che vanno unitariamente
considerate. La prima è che la Corte europea di giustizia ha elaborato la nozione di

3
che, ovviamente, comprende anche il D. Lgs 205/2010 che ha trasposto la direttiva (con la sua nozione di

sottoprodotto) nell’ordinamento giuridico italiano.
sottoprodotto derivandola espressamente e solo dalla nozione di rifiuto4. La seconda è che
la nozione di rifiuto non è stata in alcun modo modificata dalla direttiva n. 2008/98/Ce.
E pertanto, se certamente è vero che oggi, essendo intervenuta espressa previsione normativa, è ad essa che bisogna far capo, è anche vero che la attuale nozione di sottoprodotto deve essere interpretata tenendo, anche e soprattutto, conto della definizione di rifiuto (rimasta immutata) e della sua elaborazione comunitaria da parte della Corte europea, dato che da essa deriva la creazione della categoria “sottoprodotto”. Giova, a questo proposito, ricordare ancora una volta che la Corte europea, in tutta la sua giurisprudenza sui rifiuti, premette che l’ambito di applicazione della nozione di rifiuto dipende dal significato del verbo <<disfarsi>>, il quale deve essere interpretato alla luce della finalità della direttiva ¼., che è la tutela della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento, dell’ammasso e del deposito dei rifiuti, ma anche alla luce dell’art. 174, n. 2, CE, secondo il quale la politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela ed è fondata in particolare sui principi della precauzione e dell’azione preventiva; con il conseguente “obbligo di interpretare in maniera estensiva la nozione di rifiuto, per limitare gli inconvenienti o i danni dovuti alla loro natura”. Obbligo che, ovviamente, sussiste ancora oggi e che porta al corrispondente obbligo di limitare al massimo le eccezioni quali la nozione di sottoprodotto.
Ed infatti, proprio in ossequio a questo obbligo, la Corte europea, sin dalla prima sentenza in cui introduceva la nozione di “sottoprodotto” derivandola da quella di “rifiuto, dopo aver
premesso che << un bene, un materiale o una materia prima che deriva da un processo di
fabbricazione o di estrazione che non è principalmente destinato a produrlo può costituire non tanto un residuo, quanto un sottoprodotto, del quale l’impresa non ha intenzione di <<disfarsi>> ai sensi dell’art. 1, lett. a), comma 1, della direttiva 75/442, ma che essa intende sfruttare o commercializzare a condizioni per lei favorevoli, in un processo successivo, senza operare trasformazioni preliminari>>, concludeva tuttavia che <<occorre circoscrivere tale argomentazione, relativa ai sottoprodotti, alle situazioni in cui il riutilizzo di un bene, di un materiale o di una materia prima non sia solo eventuale, ma certo, senza trasformazione preliminare, e nel corso del processo di produzione>>5.
Impostazione che la Corte ha mantenuto in tutta la giurisprudenza successiva sui

4
5
in quanto, come si è detto, fino al 2008 tale nozione non era contemplata dalla normativa comunitaria
sentenza Palin Granit Oy del 18 aprile 2002

sottoprodotti, ove l’unico dubbio prospettato ha riguardato il processo di produzione entro
cui effettuare il reimpiego 6.
Peraltro, se non si può liquidare come superata la giurisprudenza della Corte europea sui sottoprodotti, ad analoga conclusione occorre giungere anche per quanto concerne i contenuti della Commissione UE nella “comunicazione interpretativa sui rifiuti e sui sottoprodotti” (COM 2007/59) del 21 febbraio 2007, emessa -è bene ricordarlo- quando la
nuova direttiva sui rifiuti (n. 2008/98) era in fase avanzata di approvazione; i quali, quindi,
non possono essere liquidati come “in buona parte superati o talvolta pleonastici, e
persino a rischio di generare equivoci dopo l’emanazione delle norme di diritto positivo finalmente previste sulla materia”7.
Con questo, non si vuol dire che nulla è cambiato dopo l’intervento del legislatore
comunitario del 2008. Di certo ha ragione la Cassazione quando evidenzia che “fermo
restando il principio della interpretazione estensiva della nozione di rifiuto, ¼.la disciplina comunitaria, tra i requisiti indicati nella nozione di sottoprodotto, ha incluso i trattamenti che rientrano nella “normale pratica industriale”, con l’effetto pratico di ampliamento della

categoria”

8.
Ma questo non significa affatto che oggi, nella interpretazione della

definizione normativa di sottoprodotto, si ricomincia da capo, come vorrebbe la dottrina in
esame. Vero è, invece, che, prendendo atto delle modifiche, occorre sempre tener conto del quadro normativo e giurisprudenziale in cui è nata la definizione di sottoprodotto. Peraltro, in questo senso è certamente illuminante il richiamo della suprema Corte al “principio della interpretazione estensiva della nozione di rifiuto”.

La critica: interpretazione della “normale pratica industriale”

Fatta questa doverosa premessa, è ora di occuparsi della questione principale sollevata
dalla dottrina sopra citata, e cioè del significato da attribuire alla condizione secondo cui <<la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale>>. Secondo questa dottrina, nel
concetto di “normale pratica industriale” può rientrare qualsiasi intervento, anche quello
che comporti una trasformazione radicale che stravolga l’originaria natura del residuo; in totale contrasto, quindi, non solo con la Corte di giustizia europea ma anche con chi, come

6

Ci permettiamo rinviare, in proposito, al nostro Residui di produzione, sottoprodotti e stesso processo

produttivo su questo sito, 2008

7
8
MURATORI, op. cit., pag. 606
Cass. pen, sez. 3, 25 maggio 2011, n. 34753, Mosso

la Cassazione, ritiene, invece, che il concetto di “normale pratica industriale” non può
comprendere attività comportanti trasformazioni radicali del materiale trattato che ne stravolgano l’originaria natura, nonché tutti gli interventi manipolativi del residuo diversi da quelli ordinariamente effettuati nel processo produttivo nel quale esso viene utilizzato9.
Francamente, ci sembra che la Cassazione abbia perfettamente ragione e che la tesi contraria non abbia alcun fondamento né letterale né logico né giuridico sia per il diritto comunitario che per quello nazionale.
Infatti, se l’italiano ha un senso, pur con tutte le ambiguità di linguaggio, come si fa a non vedere che la condizione relativa alla normale pratica industriale vuole quanto meno imporre precisi limiti ai trattamenti da effettuare sul residuo a fini di poterlo utilizzare? Tanto è vero che il residuo deve essere utilizzato “direttamente”, e non è ammesso alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale. Si potrà discutere se l’utilizzo “diretto” può comprendere (come noi riteniamo10), anche un residuo oggetto di trattamento in fase di produzione11, al fine di renderlo successivamente utilizzabile. Ma, una volta prodotto, il residuo deve poter essere utilizzato “direttamente” e non sono ammessi su di esso ulteriori trattamenti diversi da quelli che vengono normalmente effettuati nel processo di produzione industriale ove avviene il riutilizzo; soprattutto nel senso che non devono consistere in un trattamento tipico di un rifiuto, tanto meno se effettuato, al fine di consentire proprio l’utilizzo del residuo12. Altrimenti ci troveremmo di fronte non al trattamento di un sottoprodotto ma ad un recupero di rifiuti.
E’ proprio questo, peraltro, che invece sostiene la dottrina in esame quando afferma che
nel ciclo produttivo “a valle”, cioè quello che “lo trasforma in un bene per il mercato”13, sul
residuo è consentito qualsiasi tipo di intervento, anche di trasformazione radicale che ne
stravolga l’originaria natura. L’equivoco è evidente: il ciclo a valle, infatti, deve utilizzare il

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Cass. pen., sez. 3, 17 aprile 2012, pres. Squassoni, est. Ramacci., n. 17453, in www.lexambiente.it, con

nostra nota adesiva Sottoprodotto e normale pratica industriale: finalmente interviene la Cassazione. Nello
stesso senso cfr. Id. sez. 3, 2 dicembre 2011, n. 45023, Negrini, secondo cui “già solo i procedimenti di stabilizzazione e frantumazione cui vengono sottoposti i materiali si pongono in contrasto con la definizione di sottoprodotto, perché per poter parlare di sottoprodotto, il materiale da riutilizzare non deve necessitare di alcuna trasformazione preliminare”. Tuttavia, questa sentenza si basa sulla nozione di sottoprodotto vigente

p0rima delle modifiche del 2010.

1
11 12
e come ritiene la Commissione UE nelle sue raccomandazioni del 2007
cioè nel processo produttivo originario, che non ha come scopo principale la sua produzione.
In questo senso, cfr. le interessanti affermazioni della Commissione UE nelle raccomandazioni citate, in

particolare quando ricorda che “se un materiale necessita di un’operazione di recupero per poter essere riutilizzato, anche quando una tale utilizzazione è certa, esso va considerato rifiuto fino al completamento

d3ell’operazione”.
1 MAGLIA. op. cit. pag. 612
residuo per produrre un bene che potrebbe venire prodotto anche con una materia prima,
e non deve servire, invece, per consentire l’utilizzo del residuo, perché in tal caso si tratterebbe di una operazione di recupero di un rifiuto14. In questa fase, quindi, sono consentiti sul residuo quei trattamenti di pratica industriale normalmente praticati in quel processo, ma al fine principale di produrre un bene e non di rendere utilizzabile il residuo attraverso radicali trasformazioni. Al massimo, potrà trattarsi, quindi, di minimi e marginali (rispetto al fine principale del processo produttivo) interventi, effettuabili anche su materie prime, che non mutino in alcun modo la struttura, la sostanza e la qualità del residuo. Anzi, la effettuazione di interventi diversi e radicali sarebbe la migliore riprova che si interviene non su un residuo-sottoprodotto ma su un rifiuto.

Conclusione

In conclusione, quindi, appare totalmente condivisibile l’affermazione della Cassazione
secondo la quale il concetto di “normale pratica industriale” non può comprendere attività comportanti trasformazioni radicali del materiale trattato che ne stravolgano l’originaria natura, nonché tutti gli interventi manipolativi del residuo diversi da quelli ordinariamente effettuati nel processo produttivo nel quale esso viene utilizzato.
Trattasi, infatti, dell’unica conclusione possibile sia rispetto alla formulazione della norma
sia rispetto alla ratio complessiva della normativa sui rifiuti. E’ anche l’unica conclusione
armonizzabile con le condizioni individuate dalla Corte di giustizia europea per la categoria
del sottoprodotto. Ma, soprattutto, è anche l’unica condizione possibile per garantire la tutela della salute e dell’ambiente ad opera di rifiuti mascherati da sottoprodotti.
14

In realtà, in tal modo si confonde la problematica dei sottoprodotti con quella della “fine del rifiuto” (ex

materie prime secondarie). Cfr., in proposito, Cass. pen. sez. 3, 16 maggio 2012, n. 25203, Russo, la quale ha ritenuto la triturazione di materie plastiche per imballaggio, operazione di recupero di rifiuti “finalizzata a conferire agli stessi consistenza diversa rispetto al materiale di partenza sì da consentire il nuovo svolgimento di un ruolo utile.”, disattendendo la tesi difensiva sui sottoprodotti.