Ilva, salute, ambiente e costituzione

Ilva, salute, ambiente e costituzione
di Gianfranco Amendola

PREMESSA

La vicenda tutt’ora in corso dell’Ilva di Taranto pone molteplici problemi e può essere
affrontata da molti punti di vista.
Quel che non può mai essere dimenticato, tuttavia, è che non si tratta di una questione accademica ma di una tragedia che riguarda migliaia di persone in carne ed ossa le quali lottano per il loro diritto alla vita ed al lavoro. Certo, non si doveva arrivare a questo punto. In un paese normale nessun corretto sviluppo industriale può esistere senza il rispetto per la salute e l’ambiente; spetta allo Stato ed alle sue istituzioni, amministrative e tecniche, garantire che ciò avvenga. Se la magistratura è costretta ad intervenire, vuol dire che queste istituzioni non hanno funzionato ed hanno omesso di fare il loro dovere. In altri termini, il primo vero scandalo della vicenda Ilva è che per decenni chi doveva intervenire e controllare non lo ha fatto, costringendo la magistratura a fare l’unica cosa per essa possibile al fine di far cessare reati gravissimi contro la salute e l’ambiente, e cioè il sequestro preventivo di gran parte delle aree dell’azienda.
Ciò premesso, restiamo alle ultime vicende normative e cerchiamo di capire in qual modo il governo Monti ha ritenuto di intervenire.

IL DECRETO LEGGE PER L’ILVA

Ci riferiamo, ovviamente, al testo del decreto-legge 3 dicembre 2012, n. 207 coordinato
con la legge di conversione 24 dicembre 2012, n. 231, recante: <<Disposizioni urgenti a
tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale>>. Trattasi di un testo di 5 articoli, i primi due a
contenuto generale, il terzo e quarto specifici per l’Ilva, ed il quinto relativo alla data di
entrata in vigore.
In estrema sintesi e limitandoci all’essenziale, con questo testo, si stabilisce in primo luogo
(art. 1) che “in caso di stabilimento di interesse strategico nazionale, individuato con
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, quando presso di esso sono occupati un numero di lavoratori subordinati, compresi quelli ammessi al trattamento di integrazione
dei guadagni, non inferiore a duecento da almeno un anno, qualora vi sia una assoluta
necessità di salvaguardia dell’occupazione e della produzione” il Ministro dell’ambiente
può autorizzare la prosecuzione dell’attività produttiva per un periodo di tempo
determinato non superiore a 36 mesi a condizione che vengano adempiute le prescrizioni contenute nell’ AIA (autorizzazione integrata ambientale) rilasciata dallo stesso Ministero
“al fine di assicurare la più adeguata tutela dell’ambiente e della salute secondo le migliori
tecniche disponibili.” Ciò vale anche quando “l’autorità giudiziaria abbia adottato provvedimenti di sequestro sui beni dell’ impresa titolare dello stabilimento. In tale caso i provvedimenti di sequestro non impediscono, nel corso del periodo di tempo indicato nell’autorizzazione, l’esercizio dell’attività d’impresa “.
Nell’art. 3 si individua l’Ilva come stabilimento di interesse strategico nazionale e si
stabilisce, quindi, che essa può proseguire nell’attività produttiva purché rispetti le prescrizioni dell’AIA rilasciatale in data 26 ottobre 2012. A tal fine, la società “è immessa nel possesso dei beni dell’impresa ed è in ogni caso autorizzata,¼ alla prosecuzione dell’attività produttiva nello stabilimento e alla commercializzazione dei prodotti, ivi compresi quelli realizzati antecedentemente alla data di entrata in vigore del presente decreto¼”.
Prescindiamo dal resto (sanzioni amministrative, Garante ecc.) ed esaminiamo allora la situazione dell’Ilva dopo questo decreto legge.

LA SITUAZIONE ILVA DOPO IL DECRETO

Al momento della emanazione del decreto, infatti, buona parte delle aree e degli impianti
dello stabilimento era stato sottoposto a sequestro preventivo in quanto, come scrive il GIP di Taranto, “le risultanze tutte del procedimento denunciano a chiare lettere l’esistenza, nella zona del tarantino, di una grave ed attualissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive, dello stabilimento ILVA s.p.a. e, segnatamente, di quegli impianti ed aree del siderurgico che presentano le accertate e persistenti criticità ambientali di cui si è diffusamente detto – Area Parchi, Area Cokerie, Area Agglomerato, Area Altiforni, Area Acciaierie ed Area GRF (Gestione Rottami Ferrosi). Tale situazione impone l’immediata adozione – a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana – del sequestro preventivo dei predetti impianti, funzionale alla interruzione delle attività inquinanti ad essi ascrivibili e tali

da integrare gli estremi delle fattispecie criminose ipotizzate dalla Procura della
Repubblica di Taranto. Ciò, affinché – considerate le inequivocabili e cogenti indicazioni affidate alla valutazione dell’Autorità Giudiziaria dalle perizie espletate e dagli ulteriori accertamenti svolti nel corso delle indagini – non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’ILVA, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”.
E sia chiaro che nessuna altra pubblica autorità ha messo in dubbio la gravità delle conclusioni della magistratura; anzi esse risultano pienamente avallate dalla relazione del 17 ottobre 2012 della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, la quale, approfondendo il caso Ilva, parla di “situazione di gravissima emergenza sanitaria, atteso che gli inquinanti cui la popolazione dell’intera città di Taranto è esposta producono effetti a lungo e a breve termine, con un forte impatto anche sui bambini. In sostanza, oggi e non fra venti anni, i bambini sono soggetti ad una
maggiore incidenza di malattie¼.”
Ebbene, al momento della emissione del decreto legge, la situazione non era, ovviamente, cambiata, per cui era del tutto evidente che la ripresa dell’attività produttiva tal quale avrebbe inevitabilmente e subito provocato altre malattie e morti.
Del resto, se si legge l’AIA rilasciata all’Ilva, si vede subito che essa prescrive misure con
tempi del tutto incompatibili, come scrive il GIP, con “le improcrastinabili esigenze di tutela
della salute della popolazione locale e dei lavoratori del siderurgico, tutela -alla quale è funzionale il sequestro preventivo cautelare¼ – che non può essere sospesa senza incorrere in una inammissibile violazione dei principi costituzionali di cui all’art. 32 (diritto alla salute, riconosciuta dalla Costituzione quale “fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività”) e 41 della Costituzione (che limita la libertà di iniziativa economica privata, la quale non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”)”.

LE ECCEZIONI DI INCOSTITUZIONALITA’

Era, quindi, prevedibile e previsto che le disposizioni della legge 231/2012 sarebbero state
gravate da eccezioni di legittimità costituzionale da parte della magistratura di Taranto.

E così la Procura di Taranto, già prima della conversione del decreto legge, in data 21
dicembre 2012, depositava un ricorso per conflitto di attribuzione, il quale concludeva nel
senso che;
” Il Decreto-Legge impugnato, oltre ad annullare l’efficacia del provvedimento cautelare
adottato dal G.I.P. per evitare l’aggravamento e la commissione di altri reati, ha anche legittimato, mediante la prosecuzione dell’attività produttiva per un periodo di tempo determinato, la sicura commissione, per quanto sopra detto in ordine alle caratteristiche degli impianti, di ulteriori fatti integranti i medesimi reati per cui è procedimento. Tali fatti, per detto periodo, non potranno essere perseguiti, né potranno essere addebitati ai loro autori, in violazione del principio innanzi richiamato. Né potrà il P.M., nel formulare le imputazioni, andare oltre, con riferimento alla data del commesso reato, a quella coincidente con l’entrata in vigore del Decreto-Legge in esame. Peraltro, non può non evidenziarsi come le norme contenute nel D.L. n. 207 del 03.12.2012, ponendosi in contrasto con il principio di separazione dei poteri, rendendo impossibile per l’Ordinamento l’applicazione delle misure preventive previste quando, secondo l’insindacabile giudizio di merito degli organi giurisdizionali, si accerti che vi è forte pericolo di lesione di beni alla cui protezione gli strumenti cautelari sono appositamente previsti, violano il dovere dell’Ordinamento di reprimere e prevenire i reati, dovere che pare ricavabile dal combinato
disposto degli artt. 25, 27 e 112 della Costituzione.”
Pochi giorni dopo, il 4 gennaio 2013, la stessa Procura chiedeva, con un articolato provvedimento, al Gip di sollevare questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 3 della legge 231 perché ritenuti in contrasto con gli artt. 3, 9, 24, 25, 27, 32, 101, 102, 103, 104 e 117 della Costituzione.
4 giorni dopo, l’8 gennaio 2013, il Tribunale di Taranto, dovendo decidere sull’ordinanza con cui il GIP aveva rigettato la richiesta di revoca del sequestro preventivo del prodotto finito e/o semilavorato dell’attività dell’Ilva, premetteva, tra l’altro, che l’Ilva aveva “continuato a produrre ¼, evidentemente nelle medesime modalità (illecite) che avevano provocato emissioni inquinanti pericolose per la salute pubblica, essendo dato certo, e non contestato, che fino al momento attuale non sono stati eseguiti né avviati interventi strutturali finalizzati e idonei ad incidere sul pericolo per l’incolumità pubblica derivante dall’attività produttiva degli impianti sequestrati.”; evidenziava che “la previsione di un trattamento penale più favorevole per i presunti responsabili di illeciti che contribuiscono a creare o mantenere una situazione di emergenza ambientale incidendo gravemente su
beni di rilevanza costituzionale, quali l’ambiente e la salute dei cittadini, esposti a grave
pericolo proprio per effetto di quei comportamenti) appare manifestamente irragionevole e si pone, altresì, in contrasto con il criterio di scelta comunemente adottato dal legislatore, nella regolamentazione penale della materia ambientale, allorquando ha predisposto una tutela rafforzata al fine di garantire le persone coinvolte ¼¼”; e concludeva trasmettendo gli atti alla Corte costituzionale ritenendo l’art. 3 della legge n. 231 in contrasto con gli artt. 3, 24, 102, 104 e 112 della Costituzione nella parte in cui autorizza “in ogni caso” la commercializzazione dei prodotti, ivi compresi quelli realizzati prima del decreto legge n. 207.
Infine, 20 giorni dopo, il GIP, sempre a proposito di una richiesta di dissequestro del materiale già prodotto, sollevava una nuova eccezione di incostituzionalità con una ordinanza di 39 pagine. In essa si dice che la salute appare chiaramente messa da parte in favore delle ragioni legate alla produzione ed all`occupazione e che l`attività inquinante
viene autorizzata per 36 mesi nonostante sia dannosa per la salute e l`ambiente. “La
legge – constata il GIP – assicura senz`altro e con effetto immediato allo stabilimento ritenuto di interesse strategico nazionale, la prosecuzione dell`attività produttiva nello stato attuale degli impianti, a pieno regime e senza subordinare in alcun modo la prosecuzione dell`attività al previo adempimento di almeno una delle prescrizioni contenute nell`Aia”.
L`unica condizione, secondo il magistrato, è che nei 36 mesi vengano adempiute le
prescrizioni secondo termini indicati in AIA, anche se-prosegue- è facile presumere sin da ora che la stessa non si adeguerà alle prescrizioni stabilite dall`AIA e che per 36 mesi
potrà inquinare. Insomma, “nessuna preoccupazione è dato cogliere per la attuale
incidenza sulla salute di una attività produttiva dal pesantissimo impatto inquinante. “. “Tale disciplina – continua il GIP – non evidenza un bilanciamento dei diversi interessi in gioco: salute ed ambiente da un lato e produzione ed occupazione dall`altro, ma annienta compiutamente il diritto alla salute e ad un ambiente salubre a favore di quello economico e produttivo. Scelta irragionevole sotto il profilo costituzionale”. In conclusione, i 36 mesi in cui Ilva è autorizzata a produrre per legge, rappresentano per il magistrato una “cappa di totale immunità dalle norme penali e processuali che non ha eguali nella storia del nostro ordinamento giuridico e che pone un pericoloso precedente idoneo a creare peraltro fratture enormi nel principio della separazione dei poteri su cui si fonda il nostro sistema costituzionale”.
CONCLUSIONE

Vedremo come andrà a finire. Ma, comunque vada, resta il fatto storico di un decreto
legge che, in sostanza, autorizza la prosecuzione, senza alcun immediato intervento, di una attività accertata come causa di malattie e morti. Può una legge dello Stato fare una
cosa del genere?
Molti anni fa la Cassazione a sezioni unite scrisse che “il bene della salute¼ è assicurato
all’uomo.. come uno ed anzi il primo dei diritti fondamentali anche nei confronti dell’Autorità pubblica, cui è negato in tal modo il potere di disporre di esso¼. Nessun organo di collettività neppure di quella generale e del resto neppure l’intera collettività generale con unanimità di voti potrebbe validamente disporre per qualsiasi motivo di pubblico interesse della vita o della salute di un uomo o di un gruppo minore¼” (sentenza n. 5172 del 6 ottobre 1979).