Imballaggi, rifiuti di imballaggi e cassazione

Imballaggi, rifiuti di imballaggi e cassazione

 

di Gianfranco Amendola

In tema di normativa sui rifiuti c’è un argomento che risulta poco trattato in dottrina e

giurisprudenza e riguarda gli imballaggi, ai quali il D.Lgs. n. 152/06 dedica un intero Titolo (il secondo) con ben 10 articoli, con il fine dichiarato di ridurre al minimo il loro impatto

ambientale e, in particolare, di provvedere alla “ a) incentivazione e promozione della

prevenzione alla fonte della quantità e della pericolosità nella fabbricazione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio, soprattutto attraverso iniziative, anche di natura economica in conformità ai princìpi del diritto comunitario, volte a promuovere lo sviluppo di tecnologie pulite ed a ridurre a monte la produzione e l’utilizzazione degli imballaggi, nonché a favorire la produzione di imballaggi riutilizzabili ed il loro concreto riutilizzo; b) incentivazione del riciclaggio e del recupero di materia prima, sviluppo della raccolta differenziata di rifiuti di imballaggio e promozione di opportunità di mercato per incoraggiare l’utilizzazione dei materiali ottenuti da imballaggi riciclati e recuperati; c) riduzione del flusso dei rifiuti di imballaggio destinati allo smaltimento finale attraverso le altre forme di recupero; d) applicazione di misure di prevenzione consistenti in programmi nazionali o azioni analoghe da adottarsi previa consultazione degli operatori economici interessati” (art. 219, comma 1).

E’ per questo che merita una segnalazione la recentissima sentenza Cass. pen., sez. 3, 13 novembre – 5 dicembre 2013, pres. Mannino, est. Ramacci, n. 48737, Di Micco.

Essa, infatti, si occupa di un ricorso contro una condanna emessa dal Tribunale di Trani per la violazione dell’art. 256, comma 1, lett. a) D. Lgs 152/06 da parte di una ditta che, senza autorizzazione, smaltiva, tramite combustione, rifiuti di imballaggi, in particolare polistirolo.

Secondo la difesa, non poteva applicarsi la predetta fattispecie di reato in quanto gli imballaggi “pacificamente costituiscono rifiuti assimilabili agli urbani, e, in quanto tali, sarebbero assoggettabili alla disciplina di cui agli artt. 222 e ss. del medesimo decreto

legislativo, la cu i violazione comporterebbe l’applicazione delle sole sanzioni amministrative di cui al successivo art. 261“. Ed aggiungeva che “l’art. 256 d.lgs 152\06

non contemplerebbe sanzioni per i privati non esercenti professionalmente attività di smaltimento di rifiuti per l’irregolare smaltimento di rifiuti urbani o ad essi assimilabili, bensì esclusivamente per irregolare smaltimento di rifiuti speciali“.

Diciamo subito che, in primo luogo, occorre evitare ogni confusione tra imballaggi e rifiuti di imballaggi. Ciò si evince con chiarezza da diversi articoli del citato Titolo II, ad iniziare dal 217 (ma risulta anche dalla citazione di cui sopra, dell’art. 219), i quali parlano, appunto di “imballaggi e rifiuti di imballaggi” , ma soprattutto dalle definizioni dell’art. 218

dove si distingue nettamente l’imballaggio (“il prodotto, composto di materiali di qualsiasi

natura, adibito a contenere determinate merci, dalle materie prime ai prodotti finiti, a proteggerle, a consentire la loro manipolazione e la loro consegna dal produttore al consumatore o all’utilizzatore, ad assicurare la loro presentazione, nonché gli articoli a perdere usati allo stesso scopo“) dai rifiuti di imballaggi (“ogni imballaggio o materiale di imballaggio, rientrante nella definizione di rifiuto di cui all’articolo 183, comma 1, lettera a), esclusi i residui della produzione“) , con l’aggiunta che la loro gestione rientra nelle normali attività di gestione di rifiuti 1.

E pertanto è del tutto condivisibile l’osservazione della Cassazione secondo cui vi è una sostanziale differenza tra gli imballaggi ed i rifiuti di imballaggio, avendo i primi una specifica finalità, venuta meno la quale e sussistendo le condizioni di cui all’|art. 183, comma 1 lett. a) D. Lgs 152/06,- quando, cioè, il detentore se ne disfi o abbia intenzione o |obbligo di disfarsene- rientrano a tutti gli effetti nel novero dei rifiuti oggetto delle attività di gestione descritte nel medesimo articolo.

Ed altrettanto evidente è che, nel caso di specie, si trattava non di imballaggi, come

sembra ritenere la difesa, ma di rifiuti di imballaggi di cui ci si voleva disfare tramite combustione.

Ciò premesso, la Cassazione, affronta l’argomentazione difensiva relativa alla qualità di tali rifiuti, giungendo alla conclusione che “nessun rilievo assume, nella fattispecie,

 

1

 

Si noti che l’art. 218, comma 1, lett. g, rinvia alle “ attività di gestione di cui all’articolo 183, comma 1, lettera

d)“, ma pare evidente che ci si riferisce alla lettera n) dello stesso articolo, visto che la lettera d) fornisce la

definizione di “rifiuto organico”

 

l’eventuale assimilabilità dei suddetti rifiuti da imballaggio ai rifiuti urbani dalla quale il

ricorrente ritiene discendere la insussistenza del reato contestato e l’applicabilità eventuale di sanzioni amministrative, ipotizzando, sostanzialmente, la possibilità di conferimento di detti rifiuti nei contenitori per la raccolta di quelli urbani.

In realtà, nell’art. 218 è prevista una classificazione ma nell’ambito degli imballaggi e con riferimento alla funzione degli stessi (per la vendita, per il trasporto, per il riutilizzo ecc.); e nell’art. 226 vi sono dei richiami ai rifiuti urbani nel senso, ad esempio, di di vietare la immissione di imballaggi terziari nel normale circuito di raccolta dei rifiuti urbani ovvero la possibilità di conferire al servizio pubblico solo in raccolta differenziata eventuali imballaggi secondari non restituiti all’utilizzatore dal commerciante al dettaglio.

Ma, come evidenzia la suprema Corte, non si tratta di disposizioni rilevanti ai fini del caso di specie in quanto le sanzioni amministrative dell’art. 261, richiamate dalla difesa “riguardano specifici soggetti e situazioni del tutto differenti da quella individuata nel capo di imputazione“.

Peraltro -e ci sembra l’osservazione decisiva- la lettera p) dell’art. 218 sancisce con la

massima chiarezza che per “smaltimento” si deve intendere “ogni operazione finalizzata a

sottrarre definitivamente un imballaggio o un rifiuto di imballaggio dal circuito economico e/o di raccolta e, in particolare, le operazioni previste nell’Allegato B alla parte quarta del

presente decreto“, fra le

quali rientra l’incenerimento di rifiuti (D10). E, quindi, nel caso di specie trattasi di attività di gestione (smaltimento) di rifiuti non autorizzata, punita, ai sensi dell’art. 256, comma 1, lett. a), con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da 2.600 euro a 26.000 euro se si tratta di rifiuti non pericolosi, a prescindere da qualsiasi distinzione o classificazione diversa da quella basata sulla pericolosità.

Conclusione della Cassazione: << Rientra nell’attività di illecita gestione, sanzionata dall’art. 256, comma 1 d.lgs. 152\2006, lo smaltimento mediante combustione di rifiuti di imballaggio (nella specie, polistirolo) effettuato in assenza del prescritto titolo abilitativo.>>. Per completezza, tuttavia, ci sembra opportuno ricordare che, comunque, pur se nel caso di specie non rileva, effettivamente vi sono elementi normativi per ritenere gli imballaggi e i rifiuti di imballaggi assimilabili agli urbani. La Deliberazione del 27 luglio 1984 del Comitato interministeriale di cui all’art. 5 del d.p.r. 915/1982 ( disposizioni per la prima applicazione

dell’art. 4 del d.p.r. 10 settembre 1982, n. 915 concernente lo smaltimento dei rifiuti), sotto la rubrica “ Criteri generali per l’assimilabilità dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani“, al punto 1.1.1. stabilisce che “possono essere ammessi allo smaltimento in impianti di discarica per

urbani se rispettano le seguenti condizioni:

  1. a) abbiano una composizione merceologica analoga a quella dei rifiuti urbani o, comunque, siano costituiti da manufatti e materiali simili a quelli elencati nel seguito a

titolo esemplificativo:

imballaggi in genere (di carta, cartone, plastica, legno, metallo e simili);

contenitori vuoti (fusti, vuoti di vetro, plastica e metallo. latte e lattine e simili);

sacchi e sacchetti di carta o plastica; fogli di carta, plastica, cellophane; cassette, pallets;

accoppiati quali carta plastificata, carta metallizzata, carta adesiva, carta catramata, fogli

di plastica metallizzati e simili;…..”

E’ vero che, come rilevato dalla dottrina, non si tratta di vera assimilabilità ma solo di assimilabilità tecnica in quanto si riferisce esclusivamente alla possibilità di smaltimento in impianti di discarica per rifiuti urbani, ma, allo stato, è pur sempre un rilevante elemento da tener presente.

Anche se, sempre per completezza, si deve ricordare che, ai sensi dell’art. 226, comma 1, D.Lgs. 152/06, “è vietato lo smaltimento in discarica degli imballaggi e dei contenitori recuperati, ad eccezione degli scarti derivanti dalle operazioni di selezione, riciclo e recupero dei rifiuti di imballaggio“. Divieto presidiato, ai sensi del comma 3 dell’art. 261, con la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.200 euro a 40.000 euro.