Sono sempre rifiuti gli abiti dismessi?

Sono sempre rifiuti gli abiti dismessi?

di Gianfranco Amendola

PREMESSA

Ma siamo certi che gli abiti dismessi sono sempre da considerarsi come rifiuti?

Lo spunto viene offerto da una recentissima sentenza della Cassazione che ha confermato la sussistenza del reato di traffico illecito in una fattispecie consistente nella

illecita condotta di una pluralità di soggetti che aveva organizzato la raccolta di abiti

dismessi ed accessori, prodotti come rifiuti urbani da parte di privati e, previo trasporto presso ditte che fungevano da centro di smistamento, li avevano affidati alla vendita presso il mercato interno ed estero, in assenza del trattamento legislativamente previsto per il recupero, configurando così i reati di associazione a delinquere, attività organizzata per il traffico illeciti di rifiuti e falso“; con la specificazione successiva che “il trasporto avveniva senza il necessario passaggio presso lo stabilimento¼ , dove si sarebbero dovute effettuare quelle attività di fumigazione e disinfestazione idonee a trasformare gli abiti in materie prime secondarie (¼ all’esito del trattamento di cui all’art. 183, comma 1, lett q del D. Lgs. 152/06)“1.

Prescindiamo, ovviamente, dal caso di specie (dove, tra l’altro, si premette che gli abiti dismessi venivano “prodotti come rifiuti urbani“) ma cerchiamo di capire, a livello generale, se gli abiti dismessi vadano sempre qualificati come rifiuti e se perdano tale qualifica dopo che siano stati oggetto di attività di fumigazione e disinfestazione, come sembra ritenere la suprema Corte.

LA NOZIONE DI RIFIUTO

Diciamo subito che già è equivoco l’aggettivo “dismessi”. Come è noto, infatti, per la legge

italiana ed europea, è rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi” (art. 183, comma 1, lett. a, D. Lgs 152/06).

Comunque, atteso che “dismettere” può equivalere a “disfarsi”, appare chiaro che il

nocciolo del problema ruota proprio attorno al significato da attribuire al verbo “disfarsi”, tenendo conto, peraltro, che a questo proposito rileva non solo ciò che risulta da

1

Cass. pen. sez. 3, c.c. 27 marzo 2013, dep. 30 luglio 2013, n. 32955, Strammiello

circostanze oggettive ma anche la presunta “intenzione” del detentore. Ed è certo

significativo ricordare che in un primo tempo, nel DPR 915/82, il nostro paese aveva ritenuto di tradurre, dalla direttiva CEE, il termine “disfarsi” con “abbandonare”; esponendosi, tuttavia alle critiche della Corte europea di giustizia, la quale, in numerose sentenze di condanna dell’Italia, ha evidenziato che usare il verbo “abbandonare”

significava escludere dalla nozione di rifiuto tutti i rifiuti riutilizzabili e recuperabili.

In realtà, anche il verbo “disfarsi” può dar luogo a notevoli incertezze. Se vendo, cedo o regalo un mio oggetto, me ne disfo ma non per questo diventa automaticamente un rifiuto. Occorreva, quindi, una chiave di interpretazione per il “disfarsi” che, per fortuna ci è stata offerta dalle numerose sentenze sull’argomento della Corte di giustizia europea, fra cui, in particolare, va ricordata quella che nel 1997 condannò l’Italia per aver inventato, come non rifiuti, le categorie dei “residui” e dei “materiali quotati in borsa”2 .

La Corte, infatti, al di là della lettera della legge, si basa sulla ratio della normativa comunitaria e sul bene protetto. Non a caso, tutte le osservazioni degli Stati membri e della Commissione Ce, pervenute alla Corte sempre in relazione alla citata causa contro l’Italia nel procedimento Tombesi, evidenziano, come efficacemente sintetizzato dal governo danese, che “lo scopo precipuo della direttiva è di garantire che il trattamento dei rifiuti persegua la tutela dell’ambiente, piuttosto che il fine di istituire una libera circolazione dei rifiuti. L’intento del Consiglio, quale risulta dal preambolo della direttiva, nonché la giurisprudenza della Corte comportano… che la nozione di rifiuto va interpretata dinamicamente. Ciò implica che la definizione di rifiuto va interpretata in senso lato. Un’ampia nozione di rifiuto è necessaria affínché i provvedimenti di sorveglianza e controllo dell’ambiente possano essere applicati al più ampio gruppo possibile di sostanze, prodotti e materiali residui. Una limitazione della nozione di rifiuto comporta il rischio che interi gruppi di rifiuti, ad esempio residui e prodotti secondari, vengano sottratti all’ambito d’applicazione della direttiva con la conseguenza di rendere inapplicabili i provvedimenti posti a tutela dell’ambiente. Ciò non è conforme al dettato della direttiva né ad un’interpretazione dinamica quale propugnata dal Consiglio e dalla Corte di giustizia...”3.

2

3

Sentenza Tombesi del 25 giugno 1997

Nello stesso senso, cfr. le conclusioni dell’Avvocato generale, il quale condivide “il punto di vista del

governo francese secondo cui un residuo, qualora non possa essere utilizzato in un procedimento industriale normale senza essere oggetto di una operazione di recupero come quelle elencate nell’allegato II B, deve essere considerato un rifiuto finché non sia stato recuperato”.

Di conseguenza, la Corte europea indica costantemente, come criterio principale, che “la

nozione di rifiuto deve essere interpretata in maniera estensiva per limitare gli inconvenienti o i danni dovuti alla loro natura“, e che “il verbo «disfarsi» (da cui dipende la qualifica di rifiuto) deve essere interpretato alla luce della finalità della direttiva 75/442 che, ai sensi del terzo « considerando », è la tutela della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento, dell’ammasso e del deposito dei rifiuti, ma anche alla luce dell’art. 174, n. 2 CE, secondo cui la politica della Comunità in materia ambientale mira ad un elevato livello di tutela ed è fondata, in particolare, sui principi della precauzione e dell’azione preventiva” 4.

In sostanza, quindi, il termine “disfarsi” (da cui dipende la qualifica di rifiuto) deve essere interpretato in modo ampio e con riferimento alle possibili conseguenze per l’ambiente. Infatti, ciò che preoccupa il legislatore comunitario è la possibilità che un soggetto, detentore di qualcosa che non presenti più per lui alcuna utilità diretta, — e dovendo, quindi, disfarsene in qualche modo —, sia tentato di farlo senza rispettare le esigenze di tutela ambientale; e, pertanto, a quel punto, classifica questo “qualcosa” come «rifiuto » e lo sottopone a regolamentazione e controlli “dalla culla alla tomba”.

In questa prospettiva, quindi, poco importa, ai fini di individuare il « rifiuto », stabilire con esattezza come il detentore intenda disfarsi di quella cosa; soprattutto se poi si arriva a sostenere che essa è rifiuto solo se ci se ne disfa attraverso una delle operazioni di recupero o di smaltimento “codificate” negli elenchi comunitari, i quali, oltretutto, non prevedono il modo peggiore e più semplice, e cioè l’abbandono bruto del rifiuto nell’ambiente. E poco importa stabilire con esattezza che cosa sia “smaltimento” e che cosa sia “recupero”.

L’unico punto importante è, invece, stabilire, in primo luogo, se il detentore vuole disfarsene, perché, in tal caso, può sorgere un pericolo di inquinamento ambientale. Occorre, quindi, esaminare, caso per caso, il rapporto tra il detentore e “la cosa” che potrebbe essere rifiuto, onde capire, in primo luogo, se è o meno plausibile ritenere che

4

CGCE 15 giugno 2000, ARCO, in Ambiente 2000, n. 10, pag. 957 e segg. con commento di ONIDA,

nonché in Ambiente e sicurezza sul lavoro 2000, n. 9, pag. 136 e segg. con nostra nota Ultimisse: la Corte di Giustizia sconfessa il Ronchi quater; nello stesso senso, più di recente, cfr., Corte di Giustizia U.E., sesta

sezione, 18 aprile 2002, procedimento C-9/00

egli voglia disfarsene in qualche modo in quanto lo considera, sostanzialmente, un

“ingombro”5 senza alcuna utilità.

Di certo, quindi, bisognerà, in primo luogo, valutare la diretta utilizzabilità della cosa rispetto alla sua funzione originaria, perché il venir meno di questa utilizzabilità comporta, di regola (ma non sempre6), il pericolo che di quella cosa ci si voglia disfare con rischio di inquinamento ambientale; un autoveicolo rotto ma riparabile ovvero, a maggior ragione, un autoveicolo usato da vendere a terzi non è certamente un rifiuto di cui “disfarsi” in quanto può ancora continuare ad essere utilizzato come tale. Ma se l’autoveicolo è in uno stato da non poter più essere, come tale, utilizzato, diventa (rispetto alla destinazione originaria) un rifiuto di cui disfarsi, anche se buona parte dei suoi componenti potranno essere recuperati e rivenduti7.

RIFIUTI ED ABITI USATI

Applicando questi principi agli abiti usati, appare allora chiaro che, ad esempio, chi “si

disfa” del vecchio cappotto cedendolo alla parrocchia per i poveri o per i terremotati non si disfa di un rifiuto ma di qualcosa che ancora assolve direttamente la sua funzione originaria; se, invece, si tratta di un capo liso, bucato e non più utilizzabile come tale, e il detentore lo cede ad una maglieria (o anche alla parrocchia) la quale ne recupererà la stoffa ancora buona, dovremo parlare di vero e proprio “rifiuto”.

Insomma, a nostro sommesso avviso, l’abito usato non è un rifiuto se è chiara la volontà del soggetto di non “disfarsi” del bene ma di cederlo a terzi, a titolo gratuito od oneroso, affinché continui a venire utilizzato nella sua originaria funzione. E’, infatti, del tutto

5

Cfr. in proposito PAONE, Il riutilizzo dei residui nella giurisprudenza della Cassazione, in Ambiente e

sviluppo 2006, n. 2

6

Si pensi ad un pneumatico usurato che, tuttavia, viene utilizzato tal quale come parabordo per una barca.

Da ultimo, cfr. Cass. Sez. 3, 24 ott. 2012, n. 194, Gerli, secondo cui “l’art. 3 comma 3 d.lgs. 209\2003 richiede che si sia in presenza di veicoli e parti di ricambio “conservati in modo adeguato” anche con riferimento ai veicoli che non sono “pronti all’uso”. In tale prospettiva l’esame della natura delle auto non circolanti e dei pezzi di ricambio deve avvenire non nell’ottica di verificare quale sia la provenienza, bensì quale sia il loro impiego, con la conseguenza che i veicoli e i pezzi smontati potranno essere ricondotti alla categoria di “rifiuto” nei casi in cui non appaiano conformi alle finalità di restauro o di reimpiego in

considerazione delle caratteristiche intrinseche e delle modalità di conservazione

7

A questo proposito, cfr. Cass. pen., sez. 3, 23 gennaio 2004, Palumbo, in Foro It. 2004, 2, c. 265 e segg.,

in cui si ritiene che “la mancanza delle targhe comprova che i proprietari dei veicoli fuori uso se ne erano già disfatti o comunque avevano la chiara intenzione di farlo”. Nello stesso senso, cfr., sempre nella causa Tombesi, le osservazioni del Regno Unito secondo cui “l’operazione di recupero dei rifiuti al fine di recuperare materie prime non deve essere confusa con la cessione della sostanza o dell’oggetto a un terzo per farne continuare l’uso. Ad esempio, una bottiglia restituita al supermercato per essere riutilizzata non è un rifiuto…“.

evidente che in tal caso non c’è alcun rischio di inquinamento ambientale. E che, se così

non fosse, dovremmo procedere penalmente contro tutti i rivenditori di abiti usati.

Trattasi, peraltro, di affermazione che rientra perfettamente nella definizione di “riutilizzo” e

cioè “qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti

sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti“. (art. 183, comma 1, lett. r, D.Lgs 152/06).

Per completezza, giova, a questo punto, ricordare che alle stesse conclusioni per una attività di selezione, taglio, imballaggi e vendita di indumenti usati, era pervenuta la Cassazione nel 2004. Trattasi, tuttavia, di precedente poco significativo in quanto basato sull’art. 14 della legge n. 178/20028, all’epoca in vigore (e poi dichiarato illegittimo dalla Corte europea di Giustizia), per cui si afferma che “pur volendo ravvisare la volontà dei precedenti proprietari di disfarsi degli indumenti¼.. non può in alcun modo contestarsi la loro riutilizzazione¼.dopo un trattamento preventivo (selezione, taglio, imballaggio, ecc.), senza la necessità di alcuna operazione di recupero tra quelle individuate nell’Allegato C, D. Lgs. n. 22/1997)” 9.

Infine, è appena il caso di sottolineare che anche un abito usato, ceduto come indumento utilizzabile, può tuttavia diventare “rifiuto” se, alla cernita, risultasse inidoneo alla sua funzione (ad esempio perché troppo liso); anche se , come è evidente, è solo da questo momento che scattano i doveri sui “rifiuti”.

ABITI USATI E RECUPERO DI RIFIUTI

Diverso è, ovviamente, il caso in cui l’abito usato non sia più utilizzabile ovvero venga

espressamente conferito dal detentore nell’ambito della raccolta dei rifiuti urbani .

In questo caso vi è rischio di inquinamento ambientale e, quindi, si tratta di rifiuto che cesserà, eventualmente, di essere tale solo quando e se verranno rispettate le condizioni

imposte dall’art. 184 ter, che si riporta:

8

secondo cui, in sostanza, era da considerarsi rifiuto solo ciò che era oggetto di una operazione di

smaltimento o di recupero codificata dalla legge

9

Cass. pen., sez. 3, 27 ottobre 2004, n. 45582, Sollo

Articolo 184-ter

(Cessazione della qualifica di rifiuto)

  1. Un rifiuto cessa di essere tale, quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero, incluso il riciclaggio

e la preparazione per il riutilizzo, e soddisfi i criteri specifici, da adottare nel rispetto delle seguenti condizioni:

  1. a) la sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzato per scopi specifici;
  2. b) esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto;
  3. c) la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli

standard esistenti applicabili ai prodotti;

  1. d) l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana.
  2. L’operazione di recupero può consistere semplicemente nel controllare i rifiuti per verificare se soddisfano i criteri elaborati conformemente alle predette condizioni. I criteri di cui al comma 1 sono adottati in conformità con quanto stabilito dalla disciplina comunitaria ovvero, in mancanza di criteri comunitari, caso per caso per specifiche tipologie di rifiuto attraverso uno o più decreti del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ai sensi dell’art. 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400. I criteri includono, se necessario, valori limite per le sostanze inquinanti e tengono conto di tutti i possibili effetti negativi sull’ambiente della sostanza o dell’oggetto.
  3. Nelle more dell’adozione di uno o più decreti di cui al comma 2, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui ai decreti ministeriali 5 febbraio 1998, 12 giugno 2002, n. 161, e 17 novembre 2005, n. 269 e l’art. 9-bis lett. b) del decreto-legge 6 novembre 2008, n. 172, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 2008, n. 210. La circolare del Ministero dell’ambiente 28 giugno 1999, prot. n 3402/V/MIN si applica fino al 31 dicembre 2010.
  4. Ai decreti di cui al comma 2 si applica la procedura di notifica stabilita dalla direttiva 93/34/Ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 22 giugno 1998.
  5. Un rifiuto che cessa di essere tale ai sensi e per gli effetti del presente articolo è da computarsi ai

fini del calcolo del raggiungimento degli obiettivi di recupero e riciclaggio stabiliti dal presente decreto, dal decreto legislativo 209 del 2003, dal decreto legislativo 151 del 2005 e dal decreto legislativo 188 del 2008 ovvero dagli atti di recepimento di ulteriori normative comunitarie, qualora e a condizione che siano soddisfatti i requisiti in materia di riciclaggio o recupero in essi stabiliti.

  1. La disciplina in materia di gestione dei rifiuti si applica fino alla cessazione della qualifica di rifiuto.

Si noti, in particolare, che, ai sensi del comma 2, “l’operazione di recupero può consistere

semplicemente nel controllare i rifiuti per verificare se soddisfano i criteri elaborati conformemente alle predette condizioni“; e, quindi, un abito usato, di cui ci si è disfatti come rifiuto, che venisse, al controllo, riconosciuto ancora idoneo a svolgere la funzione originaria, da quel momento, senza bisogno di alcun trattamento, cessa di essere un rifiuto.

E si noti che è recupero di rifiuti anche il riciclaggio e cioè “qualsiasi operazione di recupero attraverso cui i rifiuti sono trattati per ottenere prodotti, materiali o sostanze da utilizzare per la loro funzione originaria o per altri fini¼.“.(art. 183, comma 1, lett.u, D.Lgs

152/06)

Così come rientra nel recupero anche la preparazione per il riutilizzo e cioè “le operazioni di controllo, pulizia, smontaggio e riparazione attraverso cui prodotti o componenti di prodotti diventati rifiuti sono preparati in modo da poter essere reimpiegati senza altro pretrattamento” (art. 183, comma 1, lett.q, D.Lgs 152/06); proprio, quindi, quell’attività

richiamata dalla Cassazione nella sentenza in esame, la quale, come si è detto, afferma

che per far cessare la qualifica di rifiuto, si sarebbe dovuto effettuare il trattamento di cui all’art. 183, comma 1, lett. q), D.Lgs 152/06 (consistente “in attività di fumigazione e disinfestazione idonee a trasformare gli abiti in materie prime secondarie“). Si noti, tuttavia, che quella della “preparazione per il riutilizzo” è una definizione tutta italiana in quanto di essa non v’è traccia nella direttiva 2008/98 CE.