Sottoprodotti: le prime sentenze e le prime elaborazioni della dottrina

Sottoprodotti: le prime sentenze e le prime elaborazioni della dottrina
Gianfranco Amendola

La problematica relativa ai sottoprodotti è di notevole interesse pratico in quanto, se un
oggetto è da considerare sottoprodotto, non è applicabile allo stesso la normativa sui rifiuti con i relativi obblighi (e sanzioni). Già ce ne siamo occupati su questo sito, ovviamente con riferimento alla normativa ed alla giurisprudenza esistenti all’epoca.
Oggi, tuttavia, dopo l’ultima direttiva sui rifiuti n. 2008/98/CE ed il suo recepimento in Italia tramite il D. Lgs. n. 205/2010, sono intervenuti alcuni cambiamenti sostanziali di non agevole interpretazione rispetto ai quali si palesa fondamentale l’apporto della Cassazione e della dottrina. Ed è proprio di queste novità giurisprudenziali e dottrinarie che oggi vogliamo dar conto al lettore.
Ma andiamo con ordine e, prima, ricapitoliamo ancora una volta i termini “storici” della problematica in esame.

1 Il sottoprodotto fino al quarto correttivo (D. Lgs 205/2010)

Come già avevamo ricordato nei nostri primi articoli, la categoria del <<sottoprodotto>>
non è direttamente prevista dalla normativa comunitaria ma risulta introdotta dalla Corte europea di giustizia con la sentenza Palin Granit Oy del 18 aprile 2002, C-900, la quale, dopo aver osservato che << un bene, un materiale o una materia prima che deriva da un processo di fabbricazione o di estrazione che non è principalmente destinato a produrlo può costituire non tanto un residuo, quanto un sottoprodotto, del quale l’impresa non ha intenzione di «disfarsi» ai sensi dell’art. 1, lett. a), comma 1, della direttiva 75/442, ma che essa intende sfruttare o commercializzare a condizioni per lei favorevoli, in un processo successivo, senza operare trasformazioni preliminari>>, ha tuttavia concluso, in base al principio di precauzione che <<occorre circoscrivere tale argomentazione, relativa ai sottoprodotti, alle situazioni in cui il riutilizzo di un bene, di un materiale o di una materia prima non sia solo eventuale, ma certo, senza trasformazione preliminare, e nel corso del processo di produzione>>. In sostanza, quindi, secondo questa sentenza e diverse altre
successive, un residuo di produzione può essere sottratto alla disciplina sui rifiuti in quanto
sottoprodotto solo se ricorrono alcune condizioni, fra cui il riutilizzo nel corso del processo

di produzione, escludendone lo sfruttamento e la commercializzazione in un processo
successivo.
In questa fase, il principale problema interpretativo riguardò la possibilità che il riutilizzo avvenisse in diversi processi di produzione, come sembrava risultare da alcune successive sentenze della Corte europea. Tesi, peraltro, accolta dal legislatore italiano nella prima stesura del D. Lgs 152/06, che, tuttavia, perveniva ad una prima correzione con il D. Lgs n. 4/2008.

2 Il sottoprodotto oggi, dopo il quarto correttivo

Rinviando, per approfondimenti relativi a queste fasi storiche, agli scritti già pubblicati su
questo sito, sembra giunto il momento di ricordare che attualmente, tuttavia, è vigente in Italia una nozione di sottoprodotto inserita nel D. Lgs 152/06 con il D. Lgs 205/2010 (quarto correttivo), emanato allo scopo dichiarato di adeguare la nostra normativa sui rifiuti a quella risultante dalla direttiva n. 2008/98/CE, che ha finalmente trasformato in “legge” quanto elaborato dalla Corte europea.
Riportiamo appresso questi 2 testi a confronto:

DIRETTIVA 2008/98/CE

Articolo 5
Sottoprodotti
1. Una sostanza od oggetto derivante da un processo di produzione il cui scopo primario non è la produzione di tale articolo può non
essere considerato rifiuto ai sensi dell’articolo 3,
punto 1, bensì sottoprodotto soltanto se sono
soddisfatte le seguenti condizioni:

a) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà
ulteriormente utilizzata/o;

b) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzata/o
direttamente senza alcun ulteriore trattamento
diverso dalla normale pratica industriale;

c) la sostanza o l’oggetto è prodotta/o come
parte integrante di un processo di produzione

d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza
o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i
requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la
protezione della salute e dell’ambiente e non
porterà a impatti complessivi negativi
D. Lgs 152/06 dopo D. Lgs. 205/2010

Articolo 184-bis (Sottoprodotto)

1. È un sottoprodotto e non un rifiuto ai sensi dell’articolo
183, comma 1, lettera a), qualsiasi sostanza od oggetto
che soddisfa tutte le seguenti condizioni:

a) la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di
produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui
scopo primario non è la produzione di tale sostanza od
oggetto;

b) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel
corso dello stesso o di un successivo processo di
produzione o di utilizzazione, da parte del produttore
o di terzi;

c) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato
direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso
dalla normale pratica industriale;

d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto
soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti
riguardanti i prodotti e la protezione della salute e
dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.

sull’ambiente o la salute umana.

2. Sulla base delle condizioni previste al
paragrafo 1, possono essere adottate misure
per stabilire i criteri da soddisfare affinché
sostanze o oggetti specifici siano considerati
sottoprodotti e non rifiuti ai sensi dell’articolo 3,
punto 1. Tali misure, intese a modificare
elementi non essenziali della presente direttiva,
integrandola, sono adottate secondo la
procedura di regolamentazione con controllo di cui all’articolo 39, paragrafo 2.
2. Sulla base delle condizioni previste al comma 1, possono essere adottate misure per stabilire criteri qualitativi o quantitativi da soddisfare affinché una
sostanza o un oggetto specifico sia considerato
sottoprodotto e non rifiuto. All’adozione di tali criteri si
provvede con uno o più decreti del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ai sensi dell’art. 17,
comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, in
conformità con quanto previsto dalla disciplina comunitaria.

Giova solo aggiungere che, secondo quanto si legge nel <<considerando>> n. 22 della
direttiva, essa si propone di chiarire “quando sostanze od oggetti derivanti da un processo di produzione che non ha come obiettivo primario la loro produzione sono sottoprodotti e non rifiuti. La decisione che una sostanza non è un rifiuto può essere presa solo sulla base di un approccio coordinato, da aggiornare regolarmente, e ove ciò sia coerente con la protezione dell’ambiente e della salute umana. Se l’utilizzo di un sottoprodotto è consentito in base ad un’autorizzazione ambientale o a norme generali di protezione dell’ambiente, ciò può essere usato dagli Stati membri quale strumento per decidere che non dovrebbero prodursi impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana; un oggetto o una sostanza dovrebbero essere considerati sottoprodotti solo quando si verificano determinate condizioni. Poiché i sottoprodotti rientrano nella categoria dei prodotti, le esportazioni di sottoprodotti dovrebbero conformarsi ai requisiti della legislazione
comunitaria pertinente”
Senza ripetere quanto da noi già evidenziato nell’ultimo scritto sul quarto correttivo
pubblicato da questo sito, è sufficiente ricordare che, ovviamente, il dubbio più consistente riguarda l’ambigua condizione sia della direttiva sia del nuovo (identico) testo italiano secondo cui “la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale”.

3 La giurisprudenza

Giungiamo, così, finalmente, alle ultime novità che consistono in 3 sentenze di Cassazione
emesse nel corso del 2011 ed in alcuni contributi di dottrina.

 

La prima sentenza è del 13 aprile1 e si occupa di materiali da demolizione che la difesa
voleva qualificare come sottoprodotti (o, in alternativa, come materie prime secondarie). In essa la Suprema Corte, pur dovendo decidere un caso avvenuto con riferimento alla
definizione di sottoprodotto precedente a quella attuale, conclude che <<i materiali
provenienti da demolizioni rientrano nel novero dei rifiuti in quanto oggettivamente destinati all’abbandono, l’eventuale recupero è condizionato a precisi adempimenti, in mancanza dei quali detti materiali vanno considerati, comunque, cose di cui il detentore ha l’obbligo di disfarsi; l’eventuale assoggettamento di detti materiali a disposizioni più favorevoli che derogano alla disciplina ordinaria implica la dimostrazione, da parte di chi lo invoca, della sussistenza di tutti i presupposti previsti dalla legge.>>, aggiungendo che <<anche alla luce delle disposizioni introdotte dal D. Lgs 205/2010, i termini della questione non sarebbero mutati, difettando comunque la sussistenza contestuale dei requisiti richiesti dalla norma e la prova da parte di chi invoca l’applicazione della disciplina
di favore>>
Vengono così ribaditi, anche dopo le ultime modifiche normative, due importanti principi
generali: a) per potersi parlare di sottoprodotto, è necessario vi siano contestualmente tutti i requisiti previsti dalla legge; b) la prova della sussistenza di tali requisiti non spetta al P.M. ma alla difesa.
La seconda sentenza è del 25 maggio 20112 e riguarda una attività di riutilizzo, previa macinazione ed aggiunta agli impasti per la produzione, di fanghi di risulta da trattamento dei fumi e delle acque del reparto smaltitura piastrelle. Anche in questo caso, la Cassazione doveva decidere un caso sentenziato con riferimento alla definizione di sottoprodotto precedente a quella attuale, tuttavia essa precisa che <<nell’art. 184 bis attualmente vigente il legislatore italiano ha recepito la nozione comunitaria di cui all’art. 5 della direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE (ricalcata sui principi enucleati dalla Corte di giustizia e sugli orientamenti espressi dalla Commissione europea nella Comunicazione interpretativa sui rifiuti e i sottoprodotti del febbraio 2007), che mostra un’evidente favore del legislatore comunitario per la soluzione di recupero dei rifiuti, come si desume dalla previsione contenuta nell’art.4 della direttiva recante la gerarchia dei rifiuti, che vede al primo posto la prevenzione e preparazione per il riutilizzo. Fermo restando il principio della

1
2
Cass. pen, sez. 3, c.c. 13 aprile 2011, n. 16727, Spinello
Cass. pen, sez. 3, 25 maggio 2011, n. 34753, Mosso

 
interpretazione estensiva della nozione di rifiuto, la direttiva quadro ha tracciato il confine
tra ciò che deve considerarsi rifiuto e ciò che ha assunto valore di autentico prodotto. Inoltre la disciplina comunitaria tra i requisiti indicati nella nozione di sottoprodotto, ha incluso i trattamenti che rientrano nella “normale pratica industriale”, con l’effetto pratico di ampliamento della categoria.>>. Ciò premesso in linea generale, la Suprema Corte ritrasmette gli atti al Tribunale, cui spetta << stabilire se il trattamento dei fanghi costituisca una trasformazione diversa dalla normale pratica industriale e dovendosi valutare l’impatto ambientale del procedimento di produzione delle piastrelle di terza scelta tramite l’utilizzo dei fanghi suddetti>>.
In sostanza, quindi, la Cassazione si limita ad evidenziare una cosa già del tutto evidente, e cioè che oggi le condizioni per il sottoprodotto sono diverse e che il riferimento normativo
alla normale pratica industriale è più ampio di quello prima vigente (che sanciva tout court
il divieto di trattamenti preventivi e di trasformazioni preliminari), ma non fornisce alcuna
indicazione atta a risolvere il dilemma della normale pratica industriale3.
La terza sentenza, depositata il 2 dicembre 20114, si è occupata di inerti da demolizione destinati, secondo la difesa, ad essere riutilizzati per spianare un’area. A questo proposito la Corte rileva che <<ai sensi del D. Lgs 152/06 e del D. Lgs 4/2008, il materiale in questione rappresenta rifiuto non pericoloso il cui riutilizzo necessita di preventivo trattamento e che si rende comunque necessario un processo di recupero per ottenere prodotti utilizzabili in diverse categorie di lavori: da quelli stradali, ferroviari a quelli edili>>; aggiunge subito dopo che << già solo i procedimenti di stabilizzazione e frantumazione cui vengono sottoposti i materiali si pongono in contrasto con la definizione di sottoprodotto, perché per poter parlare di sottoprodotto, il materiale da riutilizzare non deve necessitare di alcuna trasformazione preliminare.>>, richiamando precedente giurisprudenza secondo
cui anche vagliatura, cernita, separazione ecc. costituiscono attività di trattamento e/o
recupero; e conclude che trattasi, quindi, di rifiuto e non di sottoprodotto.
In realtà, tuttavia, va subito rilevato che questa sentenza si è palesemente basata solo sulla normativa e sulla giurisprudenza antecedenti al quarto correttivo, che, stranamente, non viene neppure citato. Tanto è vero che giustamente la dottrina ha subito evidenziato
3

A questo proposito, tuttavia, si potrebbe anche ritenere che la Cassazione, avendo annullato con rinvio, sia propensa a

ritenere il trattamento dei fanghi una normale pratica industriale.

4
Cass. pen, sez. 3, 6 ottobre 2011, n. 45023, Negrini

 
che “questa sentenza, anche se recentissima, non permette tuttavia di chiarire i dubbi
interpretativi ed applicativi dell’attuale nozione di sottoprodotto¼.”5
Insomma, dopo un anno, nonostante tre sentenze, nessun significativo contributo è stato apportato dalla Suprema Corte, specie per quanto concerne il significato da attribuire alla
dizione <<ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale>>

4 La dottrina

Passiamo, allora, ai contributi dottrinari.
Già avevamo segnalato il tentativo secondo cui “nonostante l’inevitabile permanere di aree
grigie, dovrebbe potersi affermare che certamente rientrano nella normale pratica industriale tutte quelle attività industriali che possono essere indifferentemente condotte con un sottoprodotto piuttosto che con una materia prima, un intermedio od un prodotto senza che ciò comporti aggravi sotto il profilo dell’impatto ambientale”6. Ma, francamente,
a nostro sommesso avviso, pur apprezzando le intenzioni, sembra trattarsi, così formulata,
di una conclusione piuttosto generica e certamente non risolutiva.
Più interessante sembra, invece, la opinione, anche se succinta, di chi ritiene, richiamando alcuni passi della comunicazione interpretativa su rifiuti e sottoprodotti della Commissione UE del 21 luglio 2007 COM (2007) 59, che “questa nuova previsione di legge non può certamente essere intesa come una apertura generale verso forme di trattamento preventivo o trasformazione preliminare che sono operazioni tipiche del recupero di rifiuti”7.
Più articolata, infine, è la posizione di chi, in dottrina giunge a 3 punti fermi: 1) L’utilizzo
produttivo del sottoprodotto può avvenire soltanto nell’ambito della produzione industriale e cioè nell’ambito di una attività organizzata diretta alla produzione di beni o servizi; 2) La “normale pratica industriale” è quella ordinariamente in uso nello stabilimento nel quale il sottoprodotto verrà utilizzato; 3) Il residuo, per essere gestito come sottoprodotto, deve essere utilizzato tal quale, cioè deve essere pronto per il nuovo impiego fin dall’origine. E conclude distinguendo l’ipotesi in cui il sottoprodotto sia direttamente sfruttato, -senza
necessità di alcun tipo di trattamento preventivo-, quale prodotto in un processo di

5
VATTANI, La Cassazione si pronuncia sui materiali da demolizione ma non chiarisce i limiti applicativi della nuova

nozione di sottoprodotto, in www.dirittoambiente.net

6
PRATI, La nuova definizione di sottoprodotto ed il trattamento secondo la “normale pratica industriale”, in

www.lexambiente.com

7
VATTANI, op.loc. cit.

 
utilizzazione da quella in cui esso presenti, invece, le caratteristiche di una materia prima
corrispondente dal punto di vista merceologico; nel qual caso le operazioni consentite su di esso non possono che identificarsi in quelle stesse che l’impresa normalmente attua sulla materia prima sostituita8.

5 La nostra opinione

In questo quadro ed alla luce dei contributi sopra citati, vorremmo confermare e meglio
precisare la nostra opinione già espressa su questo sito.
A nostro sommesso avviso, il punto di partenza non può che essere l’organo che, per primo, ha introdotto nell’ordinamento la nozione di sottoprodotto al fine di distinguerla dal rifiuto, e cioè la Corte europea di giustizia.
Essa, in tutta la sua giurisprudenza, premette che l’ambito di applicazione della nozione di rifiuto dipende dal significato del verbo «disfarsi», il quale deve essere interpretato alla luce della finalità della direttiva, che è la tutela della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento, dell’ammasso e del deposito dei rifiuti, ma anche alla luce dell’art. 174, n. 2, CE, secondo il quale la politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela ed è fondata in particolare sui principi della precauzione e dell’azione preventiva; con il conseguente
“obbligo di interpretare in maniera estensiva la nozione di rifiuto, per limitare gli
inconvenienti o i danni dovuti alla loro natura”. Il che porta al corrispondente obbligo di limitare al massimo la nozione di sottoprodotto, in quanto eccezione alla regola. Proprio in ossequio a questo obbligo, la Corte europea, introducendo la nozione di sottoprodotto
nell’ordinamento comunitario, poneva alcuni limiti precisi, richiedendo che il <<riutilizzo di
un bene, di un materiale o di una materia prima>> fosse << non solo eventuale, ma certo,
senza trasformazione preliminare, e nel corso del processo di produzione>>
Ed è appena il caso di notare che tale obbligo sussiste ancora oggi e va, ovviamente,
riferito alla nozione di sottoprodotto accolta espressamente dalla normativa comunitaria (la direttiva 2008/98/CE) e dalla normativa italiana di recepimento (D.Lgs. 152/06 modificato dal quarto correttivo, D.Lgs. 205/2010).
8

PAONE, I sottoprodotti e la normale pratica industriale: una questione spinosa, in Ambiente e sviluppo n. 11, pag.

909 e segg.

In questo quadro, appare subito evidente che sia la direttiva del 2008 sia (e ancor più) il
testo italiano introdotto con il quarto correttivo sono sensibilmente diversi dalla costruzione giurisprudenziale della Corte europea sopra ricordata.
In base alla più recente giurisprudenza della Corte, infatti, il riutilizzo incluso quello per i
bisogni di operatori economici diversi da colui che l’ha prodotto, deve essere non
semplicemente eventuale, ma certo, non necessita di trasformazione preliminare e interviene nel corso del processo di produzione o di utilizzazione. Per le nuove normative, invece, l’ “utilizzo” (o l'”ulteriore utilizzo”) deve essere certo, diretto senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale, e, secondo la definizione italiana, può intervenire non solo nel corso dello stesso processo di produzione ma anche nel corso di un successivo processo di produzione o di utilizzazione da parte del produttore o di terzi.
Non si tratta solo di diversità nell’uso dei termini: la Corte parla di “riutilizzo”, usando un termine riferito giustamente ad un non rifiuto9 mentre la direttiva e il nuovo testo italiano parlano atecnicamente di “utilizzo” o di “ulteriore utilizzo”10.
Ma anche, e soprattutto, di diversità di ampiezza, specie quando si tratta della utilizzazione nel processo di produzione. Questo, peraltro, è il punto in cui l’Italia, a livello letterale, si è più discostata dal testo della direttiva, chiarendo espressamente che l’utilizzo può avvenire nel corso di un qualsiasi processo di produzione o di utilizzazione da parte di chiunque; chiarimento non contenuto nella direttiva e che, certamente, rispetto alla costruzione della Corte europea, amplia notevolmente la sfera dei sottoprodotti (a scapito di quella dei rifiuti).
Il primo dubbio, quindi, che si pone è relativo all’accettazione di tale costruzione normativa -specie con l’ampliamento italiano- da parte della Corte europea di giustizia la quale, come abbiamo visto, pur se in assenza di definizioni normative, si è riferita ad una concezione del sottoprodotto ben più restrittiva.
Il secondo dubbio riguarda, ovviamente, l’ambigua dizione sia della direttiva sia del nuovo
(identico) testo italiano secondo cui “la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato
9

Secondo la definizione della direttiva, accolta senza modifiche nel quarto correttivo, per “riutilizzo” si intende

“qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti sono reimpiegati per la stessa

f1i0nalità per la quale erano stati concepiti” (art. 183, lett. r)
E’ probabile, comunque, che si usi atecnicamente il termine “utilizzo” in quanto può trattarsi di prodotto indesiderato
che non è stato impiegato in precedenza.

direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale”.
“Direttamente”, infatti significa “tal quale” e, quindi, senza alcun trattamento. Tuttavia, sempre a livello letterale, se è vietato l'”ulteriore” trattamento diverso dalla normale pratica industriale, questo vuol dire, da un lato, che, prima dell’utilizzo, la sostanza o l’oggetto possono aver ricevuto un trattamento; e dall’altro che è consentito un ulteriore trattamento
solo se conforme alla “normale pratica industriale”. Se, a questo punto, andiamo a vedere
la definizione di “trattamento”, apprendiamo che trattasi di <<operazioni di recupero o smaltimento, inclusa la preparazione prima del recupero o dello smaltimento>> (art. 3, n.
14 della direttiva e art. 183, lett. s del quarto correttivo); riferite, quindi, ad un rifiuto e non
ad un sottoprodotto, che, per definizione, non è un rifiuto (ma, appunto, una sostanza o un
oggetto). Si deve allora concludere che anche il termine “trattamento”, riferito alla “normale pratica industriale”, è usato in senso atecnico, diverso da quello contenuto nella
definizione normativa. A questo punto, se mancano lumi normativi, sempre a nostro
sommesso avviso, occorre rifarsi ancora una volta alla elaborazione della Corte europea, la quale, come si è visto, postula che non via alcuna “trasformazione preliminare”; con la conseguenza che il possibile ulteriore trattamento consentito non deve mai comportare una trasformazione della sostanza o dell’oggetto (con mutamento della struttura e della costituzione fisico-chimica), ma consista, al massimo, in minimi interventi, che non mutino in alcun modo la struttura, la sostanza e la qualità del prodotto stesso, e, comunque, siano “normali” rispetto al processo di produzione industriale ove avviene il riutilizzo, soprattutto nel senso che non devono consistere in un trattamento tipico di un rifiuto, tanto meno se effettuato, al fine di consentirne il recupero11.
Preziose, a questo punto, appaiono le considerazioni della Commissione UE la quale, nella “comunicazione interpretativa sui rifiuti e sui sottoprodotti” del 21 febbraio 2007, già nell’ottica della nuova direttiva sui rifiuti in corso di approvazione, affermava che a) “Se un materiale necessita di un’operazione di recupero per poter essere riutilizzato, anche quando una tale utilizzazione è certa, esso va considerato rifiuto fino al completamento
11

A questo proposito, Paone, op., loc., cit., richiama un passo della sentenza ARCO (Corte europea di giustizia 15

giugno 2000) ove si evidenzia che << se un’operazione di recupero completo non priva necessariamente un oggetto della qualifica di rifiuto, ciò vale a maggior ragione per una semplice operazione di cernita o trattamento preliminare di tali oggetti, come la trasformazione in trucioli di residui di legno impregnati di sostanze tossiche ovvero la riduzione dei trucioli in polvere di legno che, non depurando il legno delle sostanze tossiche che lo impregnano non ha l’effetto di trasformare i detti oggetti in un prodotto analogo ad una materia prima, con le medesime caratteristiche e utilizzabile nelle stesse condizioni di tutela ambientale>>. Ci si riferiva, comunque, a rifiuti e non a sottoprodotti.
dell’operazione”; b) “la catena del valore di un sottoprodotto prevede spesso una serie di
operazioni necessarie per poter rendere il materiale riutilizzabile: dopo la produzione, esso può essere lavato, seccato, raffinato o omogeneizzato, lo si può dotare di caratteristiche particolari o aggiungervi altre sostanze necessarie al riutilizzo, può essere oggetto di controlli di qualità ecc. Alcune operazioni sono condotte nel luogo di produzione del fabbricante, altre presso l’utilizzatore successivo, altre ancore sono effettuate da intermediari. Nella misura in cui tali operazioni sono parte integrante del processo di produzione, non impediscono che il materiale sia considerato un sottoprodotto”; c) “se la preparazione del materiale per il suo riutilizzo avviene nel corso del processo di produzione e il materiale è successivamente spedito per poter essere riutilizzato, si ha allora un sottoprodotto, in conformità dei criteri stabiliti dalla Corte. In questo caso, l’autorità competente dovrà determinare se le operazioni di cui si è detto in precedenza sono parte integrante del processo di produzione in corso ¼.. Se il materiale, per essere ulteriormente trasformato, viene spostato dal luogo o dallo stabilimento in cui è stato prodotto, è verosimile ritenere che le operazioni necessarie alla sua trasformazione non facciano più parte dello stesso processo di produzione¼. Il fatto che il materiale sia necessario alla realizzazione dell’attività principale del fabbricante comprova che non può essere un rifiuto”.