CODICI A SPECCHIO. Il MIRACOLO ESTIVO CHE ELIMINA I RIFIUTI PERICOLOSI

a cura di Gianfranco Amendola

Le peggiori nefandezze legislative si consumano sempre d’estate quando l’attenzione è scarsa e i termini sono accorciati dalle vacanze.

Il 2017 non ha fatto eccezione. Zitto zitto, il governo ha approfittato della emanazione del decreto legge 20 giugno 2017, n. 91, intitolato a “Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno” per infilarci un art. 9 che, in sostanza, elimina le (sacrosante) norme cautelative introdotte, a proposito dei codici a specchio, dal legislatore italiano con l’art. 13, comma 5, della legge 116/2014.

Su questo sito già ci siamo occupati, più volte e recentemente, di questa problematica segnalando, in concomitanza con alcuni delicatissimi processi collegati al “gruppo Cerroni”, l’offensiva in corso, con l’ausilio dell’Ordine dei chimici del Lazio e del Ministero dell’ambiente, contro queste -ripetiamo- “sacrosante”- norme cautelative, culminate nella tesi del “partito della scopa” secondo cui dal 1 giugno 2015 esse erano state “spazzate via” a seguito dell’entrata in vigore del regolamento 2014/1357/CE (il quale ha automaticamente modificato l’allegato I del D. Lgs 152/06 che si rifaceva alle “vecchie” caratteristiche di pericolo dei rifiuti) e della decisione  2014/955/CE (la quale modifica la precedente Decisione 2000//532/Ce relativa all’elenco dei rifiuti, della quale sopprime  gli articoli 2 e 3 -divenuti superflui in quanto le stesse disposizioni sono contenute nella Direttiva n. 98- e, soprattutto, sostituisce l’allegato con l’elenco dei rifiuti).

Disposizioni comunitarie che- è bene ricordarlo- non hanno bisogno di recepimento in quanto sono direttamente applicabili negli Stati membri, prevalendo su eventuali norme interne incompatibili.[1]

Rinviando, quindi, il lettore ai nostri scritti precedenti, sembra sufficiente, come estrema sintesi,  limitarsi, in questa sede, a ricordare che, in sostanza, il vero punto di contrasto sui codici a specchio -e cioè di quei rifiuti che possono essere considerati pericolosi o non, a seconda delle loro caratteristiche- vede da un lato l’ opinione che questi rifiuti devono essere considerati non pericolosi a meno che non si provi il contrario; e dall’altro quella, che, invece, richiamando il principio di precauzione, ritiene che, in assenza di dimostrazione certa della loro non pericolosità da parte del detentore, essi si considerano pericolosi. Conclusione accolta, appunto, dalle norme italiane del 2014, sopra citate, ed avallata dalla giurisprudenza della Cassazione.

Ed avevamo anche precisato che le modifiche introdotte dal 1 giugno 2015 dalla normativa comunitaria, una volta lette nella versione linguistica originale, stabiliscono quando una voce a specchio debba essere considerata rifiuto pericoloso, ma non dettano in proposito regole particolari per l’accertamento. E pertanto, se un paese detta queste regole (come ha fatto l’Italia con la legge n. 116/2014) non sembra che si tratti di disposizioni “incompatibili” che possano ritenersi “spazzate via”. Tanto più se si tratta di disposizioni che tendono a garantire il risultato voluto dalla normativa comunitaria non in senso probabilistico ma, per quanto possibile, di certezza, rifacendosi, a tal fine, in caso di dubbio, al principio di precauzione (punti 5 e 6 della premessa all’Allegato D introdotta dalla legge 116).

Oggi, – e arriviamo al decreto legge n. 91 del 20 giugno 2017- il governo elimina queste regole (i numeri da 1 a 7 dell’allegato D) con l’art. 9 che vale la pena di riportare integralmente:

Art. 9

Misure urgenti ambientali in materia di classificazione dei rifiuti

1. I numeri da 1 a 7 della parte premessa all’introduzione dell’allegato D alla parte IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, sono sostituiti dal seguente: «1. La classificazione dei rifiuti e’ effettuata dal produttore assegnando ad essi il competente codice CER ed applicando le disposizioni contenute nella decisione 2014/955/UE e nel regolamento (UE) n. 1357/2014 della Commissione, del 18 dicembre 2014».

Quindi, le norme italiane del 2014 sono abrogate e sostituite direttamente dalla nuova normativa comunitaria.

In tal modo, in primo luogo, risulta comunque pesantemente sconfessata la stravagante teoria che la nuova normativa comunitaria aveva automaticamente “spazzato via” la normativa italiana del 2014. Se così fosse stato, cioè, la legge odierna sarebbe totalmente superflua.

In secondo luogo, appare evidente che il vero intento dell’art. 9 non è quello di rendere applicabili le nuove disposizioni comunitarie (visto che già lo erano) ma, appunto, di eliminare la disciplina integrativa cautelativa introdotta dall’Italia nel 2014.

Quello che, a questo punto, diventa, però, incomprensibile è la asserita “sostituzione” di questa disciplina con le nuove disposizioni comunitarie.

Esse, infatti, dettano le seguenti regole:

– L’iscrizione di una voce nell’elenco armonizzato di rifiuti contrassegnata come pericolosa, con un riferimento specifico o generico a “sostanze pericolose”, è appropriata solo quando questo rifiuto contiene sostanze pericolose tali da determinare nel rifiuto una o più delle caratteristiche di pericolo da HP 1 a HP 8 e/o da HP 10 a HP 15 di cui all’allegato III della direttiva 2008/98/Ce. La valutazione della caratteristica di pericolo HP 9 “infettivo” deve essere effettuata conformemente alla legislazione pertinente o ai documenti di riferimento negli Stati membri.

– Una caratteristica di pericolo può essere valutata utilizzando la concentrazione di sostanze nei rifiuti, come specificato nell’allegato III della direttiva 2008/98/Ce o, se non diversamente specificato nel regolamento (Ce) n. 1272/2008, eseguendo una prova conformemente al regolamento (Ce) n. 440/2008 o altri metodi di prova e linee guida riconosciuti a livello internazionale, tenendo conto dell’articolo 7 del regolamento (Ce) n. 1272/2008 per quanto riguarda la sperimentazione animale e umana.

– Nel valutare le caratteristiche di pericolo dei rifiuti, si applicano i criteri di cui all’allegato III della direttiva 2008/98/Ce. Per le caratteristiche di pericolo HP4, HP6 e HP8, ai fini della valutazione si applicano i valori soglia per le singole sostanze come indicato nell’allegato III della direttiva 2008/98/Ce. Quando una sostanza è presente nei rifiuti in quantità inferiori al suo valore soglia, non viene presa in considerazione per il calcolo di una determinata soglia. Laddove una caratteristica di pericolo di un rifiuto è stata valutata sia mediante una prova che utilizzando le concentrazioni di sostanze pericolose come indicato nell’allegato III della direttiva 2008/98/Ce, prevalgono i risultati della prova.

In sostanza, cioè, la normativa comunitaria attuale, così come quella precedente, impone che, ai fini dell’attribuzione del CER nei codici a specchio, si verifichi la presenza o meno di sostanze pericolose specifiche o generiche e conseguentemente se il rifiuto possieda o meno caratteristiche di pericolo. Questo era ed è l’unico dato imperativo per gli Stati membri, senza altra specificazione e soprattutto senza alcuna indicazione, a tal fine, di ricorso o meno al criterio della probabilità o a presunzioni.

In realtà, allora, il decreto legge 91/2017 elimina la disciplina adottata dall’Italia nel 2014 per l’accertamento sulla pericolosità nelle voci a specchio e la “sostituisce” con la normativa comunitaria (già applicabile di per sé) che, tuttavia, non detta espressamente alcuna disciplina operativa.

Si passa, così,  dal certo all’incerto; e proprio in una materia delicatissima (anche per le notevolissime implicazioni economiche connesse) quale quella dei rifiuti pericolosi.

Un bel capolavoro, non c’è che dire!

Quello che non si capisce è perchè allora il governo non sia andato fino in fondo e, dopo aver eliminato il principio precauzionale stabilito con la normativa del 2014, non abbia accolto espressamente il principio opposto, sancendo, per legge, che, nelle voci a specchio, se un detentore classifica un rifiuto come non pericoloso, esso resta tale a meno che lo Stato non dimostri il contrario.

Forse, tuttavia, il governo intende fare questo passo in un secondo momento dopo la conversione in legge (in piena estate) del d.l. 91 e dopo aver valutato le reazioni a livello nazionale e comunitario.

Perchè, in realtà, a nostro sommesso avviso, le disposizioni italiane del 2014, pur se sono state abrogate e pur se non contenute in modo espresso nella normativa comunitaria, sono certamente le uniche ancora oggi possibili rispetto al risultato che si deve  raggiungere.

Tanto è vero – e ne abbiamo dato diffusamente conto in uno scritto precedente- che, proprio a seguito delle “modifiche giuridiche alla Lista dei Rifiuti e criteri di rifiuti pericolosi entrate in vigore il 1 giugno 2015″,  la Commissione europea (DG Ambiente) sin dal 15 giugno 2015 ha predisposto (in inglese) un progetto di “Documento di orientamento sulla definizione  e classificazione dei rifiuti pericolosi al fine di Legal changes to the List of Waste and Hazardous Waste criteria entered into force on 1 June 2015. As part of the work to produce a guidance document to facilitate a common understanding of the new requirements and contribute to a uniform implementation of waste classification in the EU28, the European Commission (DG Environment) launched a stakeholder consultation on a draft guidance document .”facilitare una comprensione comune delle nuove esigenze e contribuire ad un’applicazione uniforme della classificazione dei rifiuti nel EU” , che, nel terzo capitolo (pagine 24-30) si occupa espressamente della procedure per la classificazione dei rifiuti, inclusi, ovviamente, i codici a specchio, ove ricalca fedelmente le disposizioni italiane del 2014, oggi abrogate; concludendo che “se la composizione del rifiuto non è chiara e non vi è alcuna possibilità di procedere ad un approfondimento con gli ulteriori passaggi conoscitivi riportati nel capitolo seguente, il rifiuto è da classificare come pericoloso.

A questo proposito, è appena il caso di ricordare che, comunque, la presunzione di pericolosità in caso di dubbio non solo non è “incompatibile” con le nuove disposizioni comunitarie ma -come, del resto, ricordava espressamente il legislatore della legge 116- è la diretta conseguenza derivante dal principio di precauzione che “discende direttamente dal Trattato UE e, per ciò solo, costituisce criterio interpretativo valido in Italia, a prescindere da singoli atti di recepimento delle direttive in cui esso si compendia…[2]; e, peraltro, è considerato dalla normativa italiana un principio fondamentale nel settore della gestione dei rifiuti (art. 178, comma 1, D. Lgs. 152/06) e viene costantemente utilizzato dalla Corte europea di giustizia, già nel delineare la nozione stessa di rifiuto.

In conclusione, quindi, se da un lato l’abrogazione espressa del criterio stabilito dall’Italia nel 2014 fa presumere che ad esso non si possa più fare ricorso, dall’altro la nuova legge non propone alcun diverso criterio che, peraltro, si porrebbe in contrasto con i principi comunitari e con la elaborazione comunitaria in fieri, oltre che con la normativa di altri paesi europei (quali il Regno Unito) che hanno già adottato da tempo proprio i criteri italiani oggi abrogati dal governo.

Ed è appena il caso di confutare ancora una volta, per completezza, l’aberrante mistificazione di chi vuole far credere che, adeguandosi ai criteri stabiliti dalla legge 115/2014 (e dalla Commissione UE), oggi abrogati, sarebbero necessarie decine di migliaia di analisi per la ricerca di sostanze pericolose. Rinviando ad altri scritti, già citati, per approfondimenti, sembra sufficiente ricordare che questi criteri non prescrivevano affatto la ricerca di tutte le sostanze pericolose, ma soltanto che per classificare un rifiuto si proceda alla sua caratterizzazione, cioè ad individuare le sostanze in esso contenute e a verificare se tra queste vi siano o meno sostanze pericolose. Come recentemente confermato, cioè, dall’ISPRA, massimo organo scientifico in tema di ambiente (e peraltro con riferimento non alla vecchia normativa italiana ma alla nuova normativa comunitaria), “il produttore deve quindi selezionare i parametri da analizzare, partendo dalla conoscenza del processo che ha generato il rifiuto….. i referti analitici devono necessariamente essere accompagnati da una relazione tecnica esaustiva che consenta di conoscere le caratteristiche del rifiuti in ingresso all’impianto, le fasi di processo, i flussi e le caratteristiche dei rifiuti e/o materiali prodotti. Detta relazione risulta indispensabile per escludere eventuali elementi  di pericolosità del rifiuto qualora lo stesso sia identificato da una voce a specchio  dell’elenco europeo dei rifiuti. Pertanto, classificare il rifiuto utilizzando solo i risultati di referti analitici riferiti chiaramente ad un numero parziale di parametri non costituisce un approccio metodologico corretto…..[3].

Una ultima osservazione. Appare evidente a tutti che l’art. 9 del D.L. 91/2017 è totalmente incostituzionale. Più volte la Corte costituzionale ha, infatti, dichiarato la incostituzionalità della collocazione in un provvedimento legislativo avente un preciso oggetto, di una disposizione che con quell’oggetto non ha niente a che fare.

E sfido chiunque a sostenere che questa modifica sui codici a specchio abbia minimamente a che vedere con “la crescita economica del Mezzogiorno“. A meno che non si ritenga che questa crescita debba essere favorita classificando come non pericolosi rifiuti pericolosi. Il che certamente aumenta di molto i profitti delle imprese (non solo del Mezzogiorno) ma attenta pesantemente alla salute dei cittadini.


[1] Cfr. il nostro Voci a specchio: l’Ordine dei chimici critica la Cassazione per distorta interpretazione della legge in www.industrieambiente. it, marzo 2017, nonchè  Codici a specchio: arriva il partito della scopa, ivi, aprile 2017, e da ultimo AMENDOLA-SANNA, Codici a specchio: basta confusione, facciamo chiarezza, ivi, giugno 2017                                     

[2] Consiglio di Stato, sez. 4, n. 4227 del 21 agosto 2013

[3] ISPRA, parere n. 24707 reso alla Regione Lazio il 5 giugno 2017

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