Profili di responsabilità civile e penale del laboratorio che esegue le analisi chimiche sul rifiuto.

Francesca Romana Tomaselli

Prima di entrare nel vivo di un tema così delicato ed attuale appare meritevole accennare, con funzione di premessa, come l’obbligo di svolgere le analisi chimiche sui rifiuti trae origine dalla disposizioni vigenti in materia, oltreché dalle specifiche prescrizioni autorizzative degli impianti di trattamento e gestione di rifiuti , le quali possono prevedere “obblighi” di analisi più puntuali – anche a livello temporale – purché non eccessivamente restrittive, come ha di recente evidenziato il TAR Lombardia, Brescia, sez. I, n. 207 del 1 marzo 2013[1].

A livello normativo l’obbligo sussiste:

  1. per il conferimento in discarica l’art. 2 D.M. 27 settembre 2010, impone al produttore l’obbligo di caratterizzare il rifiuto in occasione del primo conferimento, con l’obbligo di ripetere l’analisi ogni qual volta vi sia una variazione significativa del processo che ha dato origine al rifiuto e, comunque, almeno una volta l’anno;
  2. per il conferimento ad attività di recupero per rifiuti operanti in regime semplificato il combinato disposto di cui all’art. 8 del D.M. 5 febbraio 1998 e all’art. 7 del D.M. 12 giugno 2002 n. 161, prevede l’obbligo di analisi per il produttore in occasione del primo conferimento e successivamente ogni 24 mesi per i rifiuti non pericolosi, oppure ogni 12 mesi per quelli pericolosi. L’obbligo, poi, permane a prescindere ed ogni qual volta intervengano modifiche sostanziali nel processo da cui il rifiuto tre origine;
  3. per i codici CER “a specchio”  non vi è obbligo di effettuare le analisi nella sola ipotesi in cui il codice CER sia stato identificato come “PERICOLOSO” mentre invero le analisi sono necessarie per poter identificare  il rifiuto nel modo più preciso ed accurato possibile come “NON PERICOLOSO ASSOLUTO”[2].

 L’esecuzione delle analisi chimiche sul rifiuto comporta in sé l’esposizione del laboratorio di analisi ad una responsabilità sia dal punto di vista penale, sia da quello civilistico.

Penalmente il reato “specifico” è senz’altro quello previsto dall’art. 258, comma 4, parte seconda, del Codice dell’Ambiente (che conferma quanto già precedentemente disciplinato dal cd. Decreto Ronchi, D.Lgs. 22/97), in base al quale la pena prevista dall’art. 483 c.p. si applica anche a chi “nella predisposizione di un certificato di analisi di rifiuti, fornisce false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico – fisiche del rifiuto e a chi usa un certificato falso durante il trasporto”.

Si tratta, in buona sostanza, di una fattispecie autonoma di reato, introdotta appunto dal decreto Ronchi e confermata dal Codice dell’Ambiente, che si aggiunge al dettame di cui all’art. 483 c.p. e può essere commessa solo da soggetti aventi una determinata posizione soggettiva (alias il professionista che redige il certificato e il trasportatore che lo utilizza). Il reato si consuma nel momento e nel luogo di formazione del falso certificato ovvero, nel caso di suo utilizzo, in quelli in cui il trasporto ha avuto inizio (se non meglio conosciuti ed individuati, territorialmente competente è il Giudice del luogo ove ha sede la ditta di trasporto, presumendosi che il trasporto stesso parta da li). Va da sé, poi, come la falsità del certificato comporta la commissione di altri reati. Le false indicazioni, infatti, vengono trasfuse nel formulario con conseguente configurabilità del reato di trasporto di rifiuti pericolosi con dati incompleti o inesatti, oltre a determinare anche la commissione del reato di cui all’art. 256 del Codice Ambientale “gestione di rifiuti non autorizzata”, allorquando con il falso certificato i rifiuti entrano nell’impianto di trattamento o, più in generale, di destinazione.

Tornado, tuttavia, alla falsità del certificato essa si pone solitamente (i più recenti approdi giurisprudenziali lo acclarano) quando lo stesso esclude, in presenza dei cd. “codici a specchio”, che i rifiuti analizzati contengono sostanze classificate pericolose ai sensi della direttiva 67/548/Cee e s.m.i. e delle altre norme di legge vigenti in materia[3], l’esclusione richiederebbe infatti un accertamento esteso a tutte le sostanze aventi tale classificazione ma, un’analisi così puntuale difficilmente viene condotta, limitandosi l’analista a concentrare la sua ricerca alle sole sostanze pericolose che ineriscono al ciclo produttivo del rifiuto esaminato. Ecco che allora in tale ipotesi l’accertamento può ritenersi compiuto in buona fede solo se “la selezione delle sostanze pericolose da ricercare sia avvenuta in base a criteri oggettivi, verificabili, coerenti con la natura dei cicli produttivi e tecnicamente attendibili[4]. Frequente è, tuttavia, la lettura di certificati analitici che si limitano a determinare solo alcuni dei valori, classificando il rifiuto con l’utilizzo di “frasi standard” o “formule di stile” del tipo: “il campione può essere considerato quale …..”, “la codifica relativa consigliata può essere la seguente….”, “in base ai parametri analitici considerati ……”. Appare importante sottolineare come l’utilizzo di simili locuzioni spesso ingeneri negli inquirenti il dubbio sulla veridicità del certificato. Se tali “frasi” si accompagnano, inoltre, all’indicazione di parametri insufficienti ed incongrui il certificato può essere ritenuto inidoneo a svolgere la funzione che deve adempiere e, pertanto, laddove non ne venga messa indubbio la veridicità esso, comunque, si palesa inutilizzabile allo scopo. Può finanche ipotizzarsi il caso che il certificato non raggiunga il contenuto minimo di affidabilità in senso scientifico e, pertanto, debba ritenersi di fatto inesistente, di talché il configurarsi dei diversi reati sopra e meglio specificati.

Un cenno particolare merita, infine, il caso del certificato che qualifichi come pericoloso un rifiuto quando invero non lo è (spesso la prassi ci pone di fronte casi simili che di solito sottendono una prudenziale cautela del produttore o dell’analista): esso rappresenta un falso, sotto il profilo oggettivo, ma dal punto di vista soggettivo si ricade nella fattispecie del cd. “falso innocuo” che sussiste “quando esso si riveli in concreto inidoneo a ledere l’interesse tutelato dalla genuinità dei documenti e cioè quando non abbia la capacità di conseguire uno scopo antigiuridico, nel senso che l’infedele attestazione o la compiuta alterazione appaiono del tutto irrilevanti ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e, pertanto, inidonee al conseguimento delle finalità che con l’atto falso si intendevano raggiungere; in tal caso, infatti, la falsità non esplica effetti sulla funzione documentale che l’atto è chiamato a svolgere, che è quella di attestare i dati in esso indicati, con la conseguenza che l’innocuità non deve essere valutata con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto[5].

La responsabilità penale del laboratorio di analisi o dell’analista si trova spesso in concorso con quella del produttore dei rifiuti, proprio perché su quest’ultimo ricade l’obbligo di qualificazione del rifiuto[6]. Il produttore, in buona sostanza, deve farsi carico, utilizzando i normali canoni della diligenza, dell’idoneità del laboratorio di analisi ad eseguire gli adempimenti richiesti. Trattandosi di un conferimento di incarico professionale la sede ove eseguire il controllo è sia quella della sottoscrizione del contratto, sia quella propriamente esecutiva.

Dal punto di vista contrattuale l’incarico è regolato dagli artt. 2229 e ss. c.c. trattandosi di “professione intellettuale per il cui esercizio è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi”. In tal senso il produttore del rifiuto ha ragione di verificare ab origine e prima ancora della sottoscrizione del relativo incarico, la sussistenza della specifica idoneità tecnica del laboratorio e/o dell’analista ad eseguire quanto conferito.

Tali obblighi valgono non soltanto in caso di affidamento diretto dell’incarico ma anche nel caso in cui il laboratorio incaricato esternalizzi una parte delle analisi ad altro laboratorio e/o analista, così come nel caso di affidamento della gestione dei rifiuti a terzi che hanno rapporti in via diretta con laboratori di analisi di loro fiducia.

In entrambi i casi permane la responsabilità del produttore e del laboratorio di analisi “originario”, poiché sugli “altri” viene solo demandata l’attività esecutiva materiale, con la necessaria specifica che nel caso di affidamento diretto delle analisi con la consapevolezza che una parte di esse verrà eseguita da “terzi” permane il concorso nel reato di falsità, in ipotesi di affidamento a terzi della gestione di rifiuti, incluso il rapporto con i laboratori di analisi, è ipotizzabile che il produttore rimanga del tutto estraneo e, quindi, possa effettivamente essere inconsapevole della falsità, pur rimanendo in capo a lui una culpa in vigilando  che in quanto tale lo lascerebbe coinvolto nelle altre fattispecie di reato.

Vero è anche che, rispetto al produttore, il laboratorio di analisi o l’analista si pongono in una posizione gradata, nel senso che il primo ha perfetta conoscenza dell’impianto che rientra nella sua sfera di disponibilità, così nel silenzio della legge egli è, in linea di principio, libero di indirizzare il rapporto con l’analista o con il laboratorio di analisi. In tale ottica può decidere di coinvolgere tale professionista nella fase propedeutica all’analisi (nel momento del prelievo e del campionamento) ovvero di tenerlo al di fuori, consegnando il rifiuto e chiedendogli di analizzarlo. L’inesistenza di norme comportamentali al riguardo e la libertà di scelta del produttore non è, tuttavia, priva di rilievo in ambito di responsabilità penale: è, infatti, evidente come ai fini della valutazione della colpevolezza l’atteggiamento di un produttore che consapevolmente instaura un rapporto non trasparente con l’analista, senza coinvolgerlo nella fase propedeutica, può essere letto come sintomo della volontà di eludere la legge. Classico è l’esempio del produttore che fa analizzare all’analista una campione parziale delle terre da scavo[7].

Per contro l’analista o il laboratorio di analisi, proprio al fine di evitare di ritrovarsi coinvolti nella fattispecie di reato oggetto di esame e per  poter condurre un accertamento analitico – soprattutto a fronte dei cd. “codici a specchio” –  dovrà farsi partecipe della fase propedeutica al fine di acquisire una compiuta conoscenza del ciclo produttivo, delle metodologie di prelievo e campionamento.

 Alla luce delle pregresse considerazioni non può che emergere come l’adozione di una prassi gestionale virtuosa e di una trasparenza effettiva nella caratterizzazione di base costituiscono il presupposto per la costruzione di un rapporto ottimale tra produttore e analista, anche in previsione di eventuali contestazioni degli organi di controllo: da qui la necessità di adottare ab origine procedure gestionali analitiche, puntuali e chiare, periodicamente aggiornate, in maniera tale dal poter consentire una maggiore tutela per il produttore e, al tempo stesso, rappresentare un valido ed efficace strumento propedeutico per l’analista e, più in generale, per gli organi di controllo. Solo lo svolgimento dell’intera procedura in stretta collaborazione tra produttore ed analista può – a parere di chi scrive – porsi alla base di una caratterizzazione corretta ed affidabile in linea con i principi di cui all’art. 178 D. Lgs. 153/06.

I passaggi fondamentali del su indicato rapporto di collaborazione possono, così, individuarsi come segue:

  • presa di conoscenza da parte dell’analista delle modalità di esecuzione del prelievo e campionamento dei rifiuti;
  • verbalizzazione delle operazioni di prelievo e campionamento dei rifiuti, corredate da riproduzioni fotografiche o video;
  • verbalizzazione della presa in consegna dei campioni;
  • formalizzazione delle richieste inerenti l’oggetto delle analisi e della certificazione commissionata;
  • redazione dei certificati in funzione di quanto commissionato, seguendo criteri di trasparenza e quelli previsti per la redazione dei registri di carico e scarico dei rifiuti;
  • inserimento della documentazione appena descritta nel fascicolo della caratterizzazione, nel quale inserire anche il contratto tra analista e produttore.

Venendo ora all’aspetto propriamente civilistico, la responsabilità che assume il laboratorio di analisi o l’analista è inquadrabile, per come già specificato, nell’alveo della prestazione d’opera professionale qualificata dall’appartenenza ad un determinato albo, ordine e/o elenco (artt. 2229 e ss. c.c.). Ebbene in quest’ottica la responsabilità risulta specificamente prevista dal tenore letterale dell’art. 2236 c.c., in base al quale “se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave”. La diligenza che viene chiesta al professionista è, quindi, una diligenza qualificata e superiore rispetto quella ordinaria, meglio conosciuta come “diligenza del buon padre di famiglia”, perché commisurata appunto alla prestazione che si deve eseguire: motivo per cui il professionista oltre a rispondere per imprudenza, negligenza e colpa lieve ai sensi e per gli effetti dell’art. 1176, secondo comma, c.c., risponde anche di imperizia, dolo e colpa grave ai sensi dell’art. 2236 c.c.

Appare, inoltre, opportuno notare come, oltre alla responsabilità appena richiamata inquadrabile nella più ampia responsabilità contrattuale di cui all’art. 1218 c.c., l’analista è altresì passibile della più generica responsabilità aquiliana, ricollegata al principio di neminem laedere,ai sensi e per gli effetti dell’art. 2043 c.c., che non presuppone invero alcun rapporto di tipo obbligatorio tra danneggiante e danneggiato, bensì e soltanto la violazione del dovere di non arrecare, appunto, danni a terze persone nell’esercizio della propria professione.

Ebbene in ambito civilistico la normativa presa in esame è avulsa rispetto alle differenze sopra evidenziate sulle varie categorie di rifiuto, con particolare riguardo alle cd. “voci a specchio” poiché il legislatore in maniera più snella ha voluto rendere proporzionale la responsabilità al grado di perizia richiesto dal caso specifico.

Ciò nulla toglie all’importanza che le clausole di conferimento di incarico professionale rivestono sia in ambito civilistico, sia in ambito penalistico, del ché il dovere di chi scrive è quello di raccomandare una scrupolosa attenzione nel processo formativo del contratto di affidamento sia a favore del produttore, sia a favore dell’analista.


[1]una prescrizione contenuta in un’autorizzazione che imponga, ad ogni singolo conferimento di rifiuti e perciò per ogni partita in entrata, una particolare analisi chimica, praticamente su ogni pezzo, assume le  caratteristiche della sproporzionalità e della non inerenza ed eccessivamente comprimenti l’iniziativa aziendale anche sotto il profilo economico

[2] Rilevante in tal senso la decisione 2000/532/CE del 03.05.2000, contenente l’elenco dei codici CER, che reca delle specifiche disposizioni in tema di “Classificazione di un rifiuto come pericoloso” ove si legge – relativamente ai rifiuti con codici CER non pericoloso assoluto – che “tutte le altre voci dell’elenco armonizzato di rifiuti sono considerate rifiuti non pericolosi”, oggi ripercorsa dal D.l. 24 giugno 2014, n. 91, convertito in L. 11 agosto 2014, n. 116 che esplicita e prevede le modalità di caratterizzazione: “quando le sostanze presenti in un rifiuto non sono note o non sono determinate con le modalità stabilite nei commi precedenti, ovvero le caratteristiche di pericolo non possono essere determinate, il rifiuto si classifica come non pericoloso”. In tal senso si pone anche una recentissima Ordinanza del Tribunale di Roma 5 giugno 2015, estensore Dott. Ricciardi, Presidente Dott. Ramacci. L’ultimo disposto normativo citato risulta, poi, essere nuovamente emendato per effetto dell’entrata in vigore in data 01.06.2015 del regolamento UE  1357/2014 e della successiva decisione 2014/955/Ue.

[3] Gli ultimi approdi giurisprudenziali tuttavia escludono valore alla cd. presunzione relativa di pericolosità: “la presunzione relativa di pericolosità non solo non integra automaticamente una penale responsabilità per il reato ma non comporta alcuna inversione dell’onere della prova che resta a carico dell’accusa” cfr. Corte Appello Roma, sentenza 12 gennaio 2012, n. 6682 e ancora con riferimento ai cd. “codici a specchio” la suprema Corte di Cassazione in due occasioni (sentenza n. 31011/2002 e 1163/16) ha messo in luce come il nuovo codice CER ha, seppure parzialmente superato il criterio dell’origine  – provenienza, ritornando ad un sistema che predilige l’indagine chimica e stabilisce per alcune voci a specchio il riferimento  a concentrazioni limite, del ché di fatto censura il principio di presunzione relativa, rilevando invero come debba darsi esecuzione al Punto 5 dell’allegato D che prevede “se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico generico a sostanze pericolose e come non pericoloso in quanto diverso da quello pericoloso (“voce a specchio”), esso è classificato come pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (….) quindi un rifiuto può essere considerato pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni e non per il Principio di Precauzione; in ogni caso spetta al produttore del rifiuto la corretta classificazione del rifiuto

[4] Cfr. “Analisi sui rifiuti aspetti giuridici in ordine alle responsabilità del produttore, del gestore e del laboratorio di analisi” di Pasquale Fimiani

[5] Cfr. ex multis Cass. Pen. , sez. V, sentenza 23 gennaio 2008, n. 3654

[6] in materia di discariche la previsione è contenuta nell’art. 11, commi 1 e 2 , D. Lgs 36/2003 e dall’art. 2 del D.M. 3 agosto 2005; in materia di recupero dagli artt. 8 , comma 4, del D.M. 5 febbraio 1998 e 7, comma 3 del D.M. 12 giugno 2002, n. 161

[7] Cfr. ex multis Cass. Pen, sez. III, sentenza 29 dicembre 2009, n. 49826

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