Quali fanghi per l’ agricoltura?

Mauro Sanna

Numerosi sono gli elementi  che vengono considerati  ed illustrati in modo puntuale nella sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III  R.G.N. 47061/2016  del 31/01/2017, tanto che essa di fatto viene a costituire una sorta di di manuale (definizione riduttiva di comodo) da seguire  per tutti coloro che intendano procedere in modo corretto  alla applicazione di fanghi di depurazione sui terreni agricoli.

I principi su cui si pronuncia la sentenza sono numerosi e fondamentali per la corretta gestione dei rifiuti da destinati all’agricoltura.

  1. Normativa di riferimento

Un primo principio su cui si pronuncia la sentenza è la definizione delle norme che debbono essere prese come riferimento al fine di valutare quali siano i fanghi di depurazione ammissibili all’impiego sui terreni agricoli.

I essa  si evidenzia pregiudizialmente  che i fanghi derivanti dal trattamento delle acque reflue sono sottoposti alla disciplina dei rifiuti, conseguentemente le attività di raccolta, trasporto, stoccaggio e condizionamento (consistente nella modifica delle caratteristiche fisico-chimiche-biologiche dei fanghi per facilitarne l’uso agricolo) sono disciplinate non soltanto dal d.lgs. 27 gennaio 1992, n. 99, inerente l’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura, ma anche dal D.Lgs. n. 152 del 2006.

Pertanto la regolamentazione della gestione dei fanghi di depurazione non è da considerarsi dettata soltanto da un apparato normativo autosufficiente confinato all’interno del d.lgs. n. 99 del 1992  che quindi contiene  la completa disciplina della materia, ma per definire in modo effettivo il regime giuridico, a cui sono sottoposti i rifiuti  questa normativa specifica deve essere invece integrata  quella generale sui rifiuti.

In relazione alle nome da prendere come riferimento  la sentenza rileva:

L’articolo 127, comma 1, del testo unico ambientale prevede che, “ferma restando la disciplina di cui al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, i fanghi derivanti dal trattamento delle acque reflue sono sottoposti alla disciplina dei rifiuti, ove applicabile e alla fine del complesso processo di trattamento effettuato nell’impianto di depurazione. I fanghi devono essere riutilizzati ogni qual volta il loro reimpiego risulti appropriato”( omissis).

Il decreto n. 99 del 1992 (emanato in attuazione della direttiva n. 86/278/CEE concernente la protezione dell’ambiente, in particolare del suolo, nell’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura) prevede (articolo 3) una serie di requisiti per i fanghi, BB ossia prescrive le condizioni ritenute necessarie per il loro uso in attività agricole, altrimenti vietato, con la conseguenza che essi, ai fini dell’ammissibilità all’uso agronomico, devono necessariamente e preventivamente essere sottoposti ad un “trattamento biologico, chimico o termico, a deposito a lungo termine ovvero ad altro opportuno procedimento, in modo da ridurre in maniera rilevante il loro potere fermentiscibile e gli inconvenienti sanitari della loro utilizzazione” (articolo 2, lettera b), del suddetto decreto) e, quindi, ad un trattamento finalizzato ad eliderne la pericolosi”. Caratteristiche del terreno tà, sul rilievo che essi contengono, in partenza, un attributo di nocività ed offensività, sicché ne è vietata l’applicazione diretta sul fondo; ( omissis)

posto che, in materia di fanghi derivanti dai processi di depurazione, le attività di raccolta, trasporto, stoccaggio e condizionamento (consistente nella modifica delle caratteristiche fisico-chimiche-biologiche dei fanghi per facilitarne l’uso agricolo) sono disciplinate non soltanto dal d.lgs. 27 gennaio 1992, n. 99, inerente l’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura, ma anche dal D.Lgs. n. 152 del 2006 e, prima della sua entrata in vigore, dal d.lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 (Sez. 3, n. 2303 del 06/12/2012, dep. 2013, D’Auria, Rv. 254141; Sez. 3, n. 28484 del 11/04/2003, cit., Rv. 225381). ( omissis)

Da ciò deriva che il principio espresso dall’art. 127 d.lgs. n. 152 del 2006 – secondo cui, ferme le disposizioni del d.lgs. n. 99 del 1992, i fanghi sono assoggettati alla disciplina dei rifiuti – va interpretato nel senso che la regolamentazione dei fanghi di depurazione non è dettata da un apparato normativo autosufficiente confinato all’interno del d.lgs. n. 99 del 1992 ma il regime giuridico, dal quale è tratta la completa disciplina della materia, deve essere integrato dalla normativa generale sui rifiuti, in quanto soltanto attraverso l’applicazione del testo unico ambientale e delle altre norme generali sui rifiuti, per le parti non espressamente disciplinate dal d.lgs. n. 99 del 1992, è possibile assicurare la tutela ambientale che il sistema, nel suo complesso ( omissis)

  • Fanghi ammissibili in relazione all’origine

La sentenza  procede poi nel definire quali siano i fanghi di depurazione che secondo la normativa in relazione all’origine sono ammissibili all’impiego in agricoltura, individuandone esclusivamente tre tipologie

1) fanghi civili , sempre ammessi;

 2) fanghi urbani ammessi solo se le caratteristiche sono sostanzialmente non diverse da quelle dei fanghi civili;

3) fanghi da altri insediamenti assimilabili a quelli civili.

Nel caso i fanghi provengano da impianti industriali, deve comunque trattarsi di reflui assimilabili a quelli civili, provenienti da processi di depurazione degli scarichi di insediamenti civili, misti o produttivi assimilabili ai civili.

Sono perciò esclusi dall’impiego in agricoltura sia i fanghi di depurazione degli scarichi produttivi “non assimilabili”, sia i fanghi provenienti da impianti diversi da quelli indicati dall’art. 2 del decreto n. 99 del 1992 che i fanghi derivanti dalla depurazione di fognature urbane che collettano liquami non assimilabili a quelli civili

In relazione a tali condizioni la sentenza rileva:

Va poi evidenziato, anche in via assorbente in considerazione della ratio decidendi dell’ordinanza impugnata, che, secondo quanto disposto dal d.lgs. 27 gennaio 1992, n. 99, i fanghi ammessi per l’uso agricolo possono essere suddivisi in tre tipologie: 1) civili (sempre ammessi), 2) urbani (ammessi solo se le caratteristiche sono sostanzialmente non diverse da quelle dei fanghi civili) e 3) da altri insediamenti (ammessi solo se assimilabili a quelli civili.

Ne consegue che i fanghi di depurazione per le attività agricole devono provenire dalla depurazione di acque reflue e perciò, qualora provengano da impianti industriali, deve comunque trattarsi di reflui assimilabili a quelli civili, con la conseguenza che il predetto decreto n. 99 del 1992 disciplina unicamente i fanghi (umidi-disidratati, essiccati) provenienti da processi di depurazione degli scarichi di insediamenti civili, misti o produttivi assimilabili ai primi, nonché i fanghi trattati, senza alcuna distinzione tra quelli derivanti da cicli di lavorazione o da processi di depurazione. Ne deriva che restano esclusi sia i fanghi di depurazione degli scarichi produttivi “non assimilabili”, sia i fanghi provenienti da impianti diversi da quelli indicati dall’art. 2 del decreto n. 99 del 1992 , sia i residui da processi di potabilizzazione, sia i fanghi residuati da cicli di lavorazione non trattati e quelli non destinati all’agricoltura. Quest’ultima esclusione deriva dalla delimitazione contenuta nella direttiva (Direttiva CEE 12 giugno 1986, n. 278) che il decreto legislativo “de quo” ha recepito (Sez. 3, n. 9402 del 23/09/1996, Cantatore, Rv. 206720). ( omissis)

  • Parametri  da considerare e limiti e da rispettare

La sentenza dopo aver definito i fanghi ammissibili  sui terreni agricoli, sulla base della loro origine , individua anche quali siano le caratteristiche chimico fisiche e biologiche che essi debbono possedere per essere conformi alla normativa ed essere quindi applicabili sui terreni agricoli.

La sentenza esclude che i parametri  ed i relativi limiti da considerare siano esclusivamente quelli riportati del decreto n. 99 del 1992  infatti poiché tale norma ha lo scopo di disciplinare l’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura in modo da evitare effetti nocivi sul suolo, sulla vegetazione, sugli animali e sull’uomo,incoraggiandone nel contempo la corretta utilizzazione” (articolo 1 d.lgs. n. 99 del 1992) non è possibile considerare  ammissibile  un uso indiscriminato di sostanze tossiche e nocive,  solo perché esse non sono nominate come pericolose nel decreto stesso, a riguardo unico problema  eventuale te è quello di individuare i limiti e latollerabilità dei fanghi tali da garantire la tutela ambientale e di salvaguardia della salute della persona umana.

Né  può essere ipotizzato  che il fatto che esse non siano previste nel decreto legislativo n. 99 del 1992  attesti che le sostanze pericolose non considerate di fatto non possano essere contenute nei fanghi .

 Pertanto, nello specifico, la tesi sulla base della quale non siano  applicabili i limiti stabiliti per le sostanze inquinanti dalla tabella I Allegato 5 al Titolo V della Parte quarta – Valori di concentrazione limite accettabili nel suolo e nel sottosuolo riferiti alla specifica destinazione d’uso dei siti da bonificare – del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, tra cui  il parametro “idrocarburi totali”,perché non essendo tali sostanze   citate dal d.lgs. n. 99 del 1992  dovrebbero essere conseguentemente considerate assenti a priori nei fanghi,  nella sentenza,  viene considerata prima ancora che giuridicamente, insostenibile una interpretazione non praticabile.

In conclusione, i limiti da rispettare sono sia quelli previsti dal d.lgs. n. 99 del 1992   ma anche tutti gli altri limiti previsti dalla normativa sui rifiuti in sintonia con le finalità perseguite di tutela ambientale e di salvaguardia della salute della persona umana.

In relazione a tali problematiche la sentenza rileva:

A questi principi si sono attenuti i giudici cautelari che hanno correttamente respinto, come sarà ancora più chiaro in seguito, HH l’assunto secondo il quale – per il parametro idrocarburi totali non previsto dal d.lgs. n. 99 del 1992 e ritenuto peraltro dal ricorrente parametro inattendibile ed inadeguato a definire la pericolosità del rifiuto – non fossero applicabili i limiti stabiliti per le sostanze inquinanti dalla tabella I Allegato 5 al Titolo V della Parte quarta – Valori di concentrazione limite accettabili nel suolo e nel sottosuolo riferiti alla specifica destinazione d’uso dei siti da bonificare – del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152. ( omissis)

E’ invece esatto, ma non decisivo ai fini della definizione del quadro di gravità indiziaria, il rilievo mosso dal ricorrente alla tesi secondo la quale la mancata previsione nel decreto legislativo n. 99 del 1992 della misurazione del parametro “idrocarburi totali” presupponga la verifica della inesistenza di idrocarburi nei fanghi, il che, come ovvio, è logicamente, prima ancora che giuridicamente, insostenibile, equivalendo ad affermare, senza fondamento alcuno, che tutto ciò che non è indicato nel decreto n. 99 del 1992 non debba essere contenuto nei fanghi e ciò avvalorerebbe una interpretazione non praticabile, potendo determinate sostanze, in quanto ubiquitarie, esservi contenute in natura. ( omissis)

Del resto è impensabile che una regolamentazione ad hoc, quale quella contenuta nel decreto n. 99 del 1992, avente “/o scopo di disciplinare l’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura in modo da evitare effetti nocivi sul suolo, sulla vegetazione, sugli animali e sull’uomo,incoraggiandone nel contempo la corretta utilizzazione” (articolo 1 d.lgs. n. 99 del 1992) possa ammettere un uso indiscriminato di sostanze tossiche e nocive, non nominate come pericolose ex positivo iure, ponendosi piuttosto un problema di limiti e tollerabilità dei fanghi in sintonia con le finalità perseguite di tutela ambientale e di salvaguardia della salute della persona umana. ( omissis)

5. Valenza dei limiti previsti per la bonifica

Proprio l’uso agronomico dei fanghi di depurazione presuppone che la concentrazione delle sostanze pericolose contenute in essi  siano inferiori ai limiti previsti per le matrici ambientali a cui il fango dovrà essere assimilato nel momento in cui viene ad essere impiegato e di fatto incorporato nei terreni agricoli , esso quindi  dovrà risultare conforme anche  ai limiti  previsti dalla Tab. 1, colonna A dell’allegato 5, al titolo V, parte IV, D.lgs. n. 152 del 2006.

In caso contrario infatti  si verrebbe a determinare delle situazioni paradossali  ,

Un fango di depurazione, pur presentando valori di contaminazione superiori ai limiti di accettabilità  stabiliti per le aree industriali, potrebbe essere impiegabile nello spandimento su un terreno agricolo

 Un fango di natura industriale, , non classificato come fango di depurazione, ma con le medesime concentrazioni di inquinanti,  di un tale fango, per poter essere destinato a recuperi ambientali, dovrebbe sottostare a criteri ambientali più  rigorosi per garantire l’abbattimento degli stessi inquinanti  che se presenti nei fanghi di depurazione non costituirebbero alcun impedimento  al loro impiego in agricoltura .

Il medesimo fango di depurazione  sui terreni agricoli per essere ammesso in discariche di inerti (500 mg/kg limite massimo stabilito dal decreto legislativo n. 36 del 2003) sarebbe soggetto a limitazioni più restrittive così da poer essere smaltito  solo in discariche di rifiuti industriali.

In relazione al rispetto di tali limiti la sentenza rileva:

L’assunto non è fondato perché non si confronta con l’approdo cui sono giunti i giudici cautelari (cfr. sub 3.2. del considerato in diritto), risultando dal testo dell’ordinanza impositiva della misura, integrativa di quella impugnata con il ricorso per cassazione, che “dalle analisi emerge che in quasi tutti i campioni variamente analizzati i valori di idrocarburi non solo sono superiori ai limiti per destinazione a verde sopra riportata (colonna A), ma sono anche superiori ai limiti per destinazione industriale di cui alla colonna B della stessa tabella. Rispetto a tale ultimo limite i valori rilevati sono anche 15 volte ad esso superiori ossia sono stati rilevati fino a 10.000 mg/kg di idrocarburi, pari a 10 grammi di olio ogni chilogrammo di fanghi. Ritenendo che non debba rispettarsi neppure tale limite si giungerebbe al risultato per cui un rifiuto può essere impiegabile nello spandimento su un terreno agricolo sebbene abbia valori di contaminazione ben superiori ai limiti di accettabilità per aree industriali. Si avrebbe altresì l’assurdo per cui un fango di natura industriale, con le medesime concentrazioni di idrocarburi, ma non classificato come fango di depurazione dovrebbe essere trattato secondo rigorosi criteri ambientali in operazioni di recupero che ne abbattano gli inquinanti per poter essere destinati a recuperi ambientali, ovvero con severe limitazioni anche per essere ammesso in discariche di inerti (500 mg/kg limite massimo stabilito dal decreto legislativo n. 36 del 2003) e quindi compatibile solo con discariche di rifiuti industriali”.( omissis)

L’uso agronomico presuppone infatti che il fango sia ricondotto al rispetto dei limiti previsti per le matrici ambientali a cui dovrà essere assimilato (e quindi anche quelli previsti dalla Tab. 1, colonna A dell’allegato 5, al titolo V, parte IV, D.lgs. n. 152 del 2006), salvo siano espressamente previsti, esclusivamente in forza di legge dello Stato, parametri diversi, siano essi più o meno rigorosi, nelle tabelle allegate alla normativa di dettaglio (decreto n. 99 del 1992) relativa allo spandimento dei fanghi o in provvedimenti successivamente emanati. ( omissis)

7. Cancerogeno ed eco tossico sono caratteristiche diverse

Per valutare la concentrazione degli idrocarburi presenti in un fango destinato all’agricoltura, per classificarlo o meno come pericoloso, non è ammissibile Prendere come riferimento, quanto previsto nel decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 7 novembre 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 284 del 4 dicembre 2008″ (tabella come successivamente sostituita ex articolo 1 decreto 4 agosto 2010 in G.U. n. 187 del 12/08/2010. n.d.r.),.

Infatti in questo modo la soglia di pericolosità per il parametro idrocarburi totali, in un fango da applicare su un terreno agricolo,, verrebbe di fatto ad essere compresa tra i 25.000 ed i 250.000 mg /Kg rispetto alla concentrazione limite prevista di 1000 mg/kg,

Questo permetterebbe che fanghi con concentrazioni di idrocarburi non solo superiori ai limiti della Tab. 1, dell’allegato 5, al titolo V, parte IV, D.lgs. n. 152 del 2006, per destinazione a verde (colonna A), ma anche superiori ai limiti per destinazione industriale (colonna b),, sarebbero ammissibili sui terreni agricoli.

Inoltre  aderendo alla tesi dell’applicabilità  del decreto del 7 novembre 2008 anche per la classificazione dei fanghi e quindi tenere conto della proprietà HP7  sarebbe comunque necessario analizzare anche i “markers” cancerogeni e quindi solo se la soglia di almeno un marker fosse superata allora il rifiuto sarebbe da classificare come  pericoloso (HP7).

In conclusione la classificazione dei rifiuti contenenti idrocarburi ai fini dell’assegnazione della caratteristica di pericolo H7(ora HP7 per effetto della nuova classificazione dei rifiuti introdotta dal 01.06.2015 con il Reg. UE 1457/2014), «cancerogeno», effettuata in  conformità a quanto indicato per gli idrocarburi totali nella Tabella A2 dell’Allegato A  non è ritenuta automaticamente applicabile per valutare la caratteristica di pericolo H14 (ora HP14) .

 Né  la caratteristica di pericolo HP14  è valutabile considerando”pericoloso in termini di eco-tossicità” il rifiuto contenente idrocarburi con riferimento all’ADR (Accordo internazionale sul trasporto delle merci pericolose)-

Una tale condizione permetterebbe infatti che  un rifiuto potrebbe essere impiegato su un terreno agricolo anche con valori di contaminazione ben superiori ai limiti di accettabilità per aree industriali. Si avrebbe inoltre l’assurdo come già evidenziato  che un fango di natura industriale, con le medesime concentrazioni di idrocarburi, non classificato come fango di depurazione dovrebbe essere trattato secondo criteri ambientali più rigorosi in operazioni di recupero che ne abbattano gli inquinanti per poter essere destinati a recuperi ambientali, ed addirittura con limitazioni più severe anche per essere ammesso in discariche di inerti (500 mg/kg limite massimo stabilito dal decreto legislativo n. 36 del 2003) “.

Inoltre  secondo la sentenza  non è da considerare rilevante quanto contenuto in proposito di classificazione per la presenza di idrocarburi in un fango, quanto espresso nel parere dell’Istituto Superiore di sanità, considerati gli aspetti problematici che sono evidenziati in tale parere in particolare  quando gli idrocarburi non abbiano una origine nota, oppure sia difficile la loro puntuale identificazione analitica, situazioni entrambe ricorrenti nella maggioranza dei casi

In relazione a tali problematiche la sentenza evidenzia:

Né può essere attribuito al parere dell’Istituto Superiore di sanità, allegato ai motivi aggiunti, il rilievo pronosticato dal ricorrente, posto che l’elaborato prodotto si diffonde nell’enunciare le difficoltà riscontrabili nella materia della classificazione dei rifiuti contenenti idrocarburi non noti, anche con riferimento alla compatibilità dei parametri con la normativa comunitaria, sicché non consente di pervenire alle apodittiche conclusioni cui il ricorrente approda.

Rinviando a quanto sarà di seguito precisato circa la questione della classificazione degli idrocarburi come rifiuti, nella specie pericolosi, è qui sufficiente notare come lo stesso parere dia atto che la classificazione dei rifiuti contenenti idrocarburi presenti aspetti problematici quando questi ultimi siano di origine non nota, oppure sia difficile la loro puntuale identificazione analitica, situazioni entrambe riscontrabili, come si legge nel parere, nella maggioranza dei casi  ( omissis)

Il ricorrente comunque si duole, con specifico riferimento alla questione relativa alla presenza di idrocarburi totali riscontrati nei fanghi, che il tribunale del riesame avrebbe disatteso la disposizione dell’articolo 6-quater del D.L. n. 208 del 2008, convertito con modificazione nella Legge n. 13 del 2009 secondo la quale PP “La classificazione dei rifiuti contenenti idrocarburi ai fini dell’assegnazione della caratteristica di pericolo H7, «cancerogeno», si effettua conformemente a quanto indicato per gli idrocarburi totali nella Tabella A2 dell’Allegato A al decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 7 novembre 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 284 del 4 dicembre 2008” (tabella come successivamente sostituita ex articolo 1 decreto 4 agosto 2010 in G.U. n. 187 del 12/08/2010. n.d.r.), sostenendo come non fosse più condivisibile l’ipotesi troppo conservativa di attribuire la caratteristica di pericolo H7 (ora HP7 per effetto della nuova classificazione dei rifiuti introdotta dal 01.06.2015 con il Reg. UE 1457/2014) a tutti i rifiuti contenenti idrocarburi totali in concentrazione superiore a 1000 mg/kg, sul rilievo che, qualora tale concentrazione fosse superata, espressa come totale (idrocarburi C>12 e C<12) sulla intera sostanza secca del rifiuto, sarebbe comunque necessario analizzare anche i “markers” cancerogeni e solo se la soglia di almeno un marker fosse stata superata allora il rifiuto sarebbe risultato pericoloso (HP7).

In sintesi, la tesi sostenuta fa leva sul fatto che, da un lato, sarebbe fuorviante il riferimento, operato in chiave accusatoria, alla Delibera 27 luglio 1984, pur citata dal d.lgs. n. 99 del 1992 e che, dall’altro, il quadro normativo nazionale andrebbe letto nel senso di considerare “pericoloso in termini di eco-tossicità” il rifiuto contenente idrocarburi con riferimento all’ADR (Accordo internazionale sul trasporto delle merci pericolose), con la pratica conseguenza, che la soglia di pericolosità per il parametro idrocarburi totali, oggi, deve considerarsi oscillare tra i 25.000 ed i 250.000 mg /Kg. ( omissis)

L’assunto non è fondato perché non si confronta con l’approdo cui sono giunti i giudici cautelari (cfr. sub 3.2. del considerato in diritto), risultando dal testo dell’ordinanza impositiva della misura, integrativa di quella impugnata con il ricorso per cassazione, che “dalle analisi emerge che in quasi tutti i campioni variamente analizzati i valori di idrocarburi non solo sono superiori ai limiti per destinazione a verde sopra riportata (colonna A), ma sono anche superiori ai limiti per destinazione industriale di cui alla colonna B della stessa tabella. Rispetto a tale ultimo limite i valori rilevati sono anche 15 volte ad esso superiori ossia sono stati rilevati fino a 10.000 mg/kg di idrocarburi, pari a 10 grammi di olio ogni chilogrammo di fanghi. Ritenendo che non debba rispettarsi neppure tale limite si giungerebbe al risultato per cui un rifiuto può essere impiegabile nello spandimento su un terreno agricolo sebbene abbia valori di contaminazione ben superiori ai limiti di accettabilità per aree industriali. Si avrebbe altresì l’assurdo per cui un fango di natura industriale, con le medesime concentrazioni di idrocarburi, ma non classificato come fango di depurazione dovrebbe essere trattato secondo rigorosi criteri ambientali in operazioni di recupero che ne abbattano gli inquinanti per poter essere destinati a recuperi ambientali, ovvero con severe limitazioni anche per essere ammesso in discariche di inerti (500 mg/kg limite massimo stabilito dal decreto legislativo n. 36 del 2003) e quindi compatibile solo con discariche di rifiuti industriali”.( omissis)

Né può essere attribuito al parere dell’Istituto Superiore di sanità, allegato ai motivi aggiunti, il rilievo pronosticato dal ricorrente, posto che l’elaborato prodotto si diffonde nell’enunciare le difficoltà riscontrabili nella materia della classificazione dei rifiuti contenenti idrocarburi non noti, anche con riferimento alla compatibilità dei parametri con la normativa comunitaria, sicché non consente di pervenire alle apodittiche conclusioni cui il ricorrente approda.

Rinviando a quanto sarà di seguito precisato circa la questione della classificazione degli idrocarburi come rifiuti, nella specie pericolosi, è qui sufficiente notare come lo stesso parere dia atto che la classificazione dei rifiuti contenenti idrocarburi presenti aspetti problematici quando questi ultimi siano di origine non nota, oppure sia difficile la loro puntuale identificazione analitica, situazioni entrambe riscontrabili, come si legge nel parere, nella maggioranza dei casi  ( omissis)

8.Caratteristiche che deve presentare il terreno

La sentenza ricorda anche che poiché i fanghi devono sempre avere una funzione concimante, ammendante o correttiva della fertilità del terreno e non devono contenere sostanze tossiche o nocive in quantità superiori a determinati valori , per alcuni  parametri sono anche prescritti specifiche  soglie  di concentrazione che non debbono essere superate nei terreni in cui tali fanghi possono  eesere impiegati al fine di evitare la loro compromissione ed il loro deterioramento a causa di un accumulo di sostanze pericolose o un depauperamento della fertilità nel terreno

In relazione a tali condizioni la sentenza rileva:

inoltre i fanghi devono sempre avere una funzione concimante, ammendante o correttiva della fertilità del terreno e non devono contenere sostanze tossiche o nocive in quantità superiori a determinati parametri. BB Altri e specifici requisiti sono anche prescritti per i terreni che li debbono ricevere (articolo 4),( omissis)

9. Necessità dei trattamenti

La disciplina sui rifiuti è applicabile a tutti  i  trattamenti a cui un fango di depurazione destinato all’applicazione sui terreni agricoli  è assoggettato, considerati nel loro complesso e quindi non solo a quello  preliminare effettuato eventualmente presso l’impianto finalizzato a predisporre i fanghi medesimi per la destinazione finale ma anche ai  casi in cui il trattamento venga effettuato in luogo diverso dall’impianto di depurazione

Infatti solo attraverso l’applicazione integrata  del d.lgs. n. 99 del 1992, per le parti non espressamente disciplinate in esso, del d.lgs. n.152/06è possibile assicurare la tutela ambientale nel suo complesso

Il trattamento dei fanghi adottato dovrà essere tale, per cui attraverso di esso i fanghi che  per le loro caratteristiche non risultino tal quali ammissibili per l’impiego in agricoltura, rispettate tutte le altre condizioni,  siano resi  compatibili con l’impiego in agricoltura. Con questi  trattamenti perciò il fango originario  deve essere ricondotto  a possedere le  stesse caratteristiche di un fango derivante da scarichi civili, depurandolo di tutte quelle componenti di contaminazione di origine industriale in esso presenti.

 Il fango perciò attraverso il trattamento deve essere  ricondotto al rispetto dei limiti previsti per le matrici ambientali a cui dovrà essere assimilato (e quindi anche ai limiti previsti dalla Tab. 1, colonna A dell’allegato 5, al titolo V, parte IV, D.lgs. n. 152 del 2006),

In relazione a tali obblighi la sentenza rileva infatti:

Questa Sezione, al fine di individuare il momento in cui i fanghi da depurazione siano soggetti alla normativa sui rifiuti, ha già enunciato i principi di diritto relativi alla disciplina applicabile in materia, chiarendo che le parole “e alla fine del complessivo processo di trattamento effettuato nell’impianto di depurazione”, aggiunte dal decreto legislativo n. 4 del 2008, vanno lette nel senso che il legislatore non ha inteso restringere, attraverso il riferimento cronologico, l’applicabilità delle disposizioni sui rifiuti, confinandole esclusivamente alla fine del processo di trattamento e disinteressandosi di qualsiasi tutela ambientale nelle fasi precedenti, ma ha precisato che la disciplina sui rifiuti va applicata al trattamento considerato nel suo complesso e ciò anche in considerazione del fatto che il preliminare trattamento dei fanghi viene effettuato presso l’impianto ed è finalizzato a predisporre i fanghi medesimi per la destinazione finale (smaltimento o riutilizzo) in condizioni di sicurezza per l’ambiente mediante stabilizzazione, riduzione dei volumi ed altri processi, con la conseguenza che la disciplina sui rifiuti si applica anche in tutti i casi in cui il trattamento non venga effettuato o venga effettuato in luogo diverso dall’impianto di depurazione o in modo incompleto, inappropriato o fittizio (Sez. 3, n. 36096 del 22/09/2011, Lupi, Rv. 25126), e tanto per comprensibili ragioni di tutela ambientale e della salute umana che costituiscono la ratio essendi delle disposizioni in materia. ( omissis)

in quanto soltanto attraverso l’applicazione del testo unico ambientale e delle altre norme generali sui rifiuti, per le parti non espressamente disciplinate dal d.lgs. n. 99 del 1992, è possibile assicurare la tutela ambientale che il sistema, nel suo complesso, esige, in applicazione del principio generale dettato dal d.lgs. n. 152 del 2006, che è in linea con il principio declinato dall’articolo 1 d.lgs. n. 99 del 1992, per cui l’attività di trattamento dei rifiuti deve comunque avvenire senza pericolo per la salute dell’uomo e dell’ambiente, fatte salve, ma in sintonia con tale ultima finalità, espresse deroghe rientranti nell’esclusiva competenza del legislatore statale (art. 117, lettera s) Cost.).( omissis)

Sotto tale specifico profilo, deve quindi condividersi l’approdo UU  cui sono pervenuti i giudici cautelari quando hanno ritenuto, in conformità al precedente principio di diritto, che, se i fanghi per le loro caratteristiche non risultano ammissibili per l’impiego in agricoltura perché, in larga misura, derivano, come nel caso in esame, da attività produttive che generano scarti liquidi di natura industriale (cfr. sub 3.2. del considerato in diritto), il fango di depurazione non può essere impiegato “tal quale” ma deve essere sottoposto, rispettate tutte le altre condizioni, a uno specifico ciclo di trattamento che ne renda compatibile l’impiego con la destinazione finale, dovendo essere ricondotto alle stesse caratteristiche di un fango derivante da scarichi civili e quindi depurato di tutte quelle componenti di contaminazione tipicamente di origine industriale ( omissis)

L’uso agronomico presuppone infatti che il fango sia ricondotto al rispetto dei limiti previsti per le matrici ambientali a cui dovrà essere assimilato (e quindi anche quelli previsti dalla Tab. 1, colonna A dell’allegato 5, al titolo V, parte IV, D.lgs. n. 152 del 2006), salvo siano espressamente previsti, esclusivamente in forza di legge dello Stato, parametri diversi, siano essi più o meno rigorosi, nelle tabelle allegate alla normativa di dettaglio (decreto n. 99 del 1992) relativa allo spandimento dei fanghi o in provvedimenti successivamente emanati. ( omissis)

10. Le autorizzazioni necessarie

La sentenza ricorda anche che come previsto dalla normativa specifica contenuta nel decreto n. 99 del 1992e da quella generale prevista D.lgs. n. 152 del 2006 la necessità di una autorizzazione regionale per tutte le attività di gestione dei fanghi ed in particolare  il possesso di una autorizzazione regionale  anche da parte dell’agricoltore  che utilizza i fanghi  medesimi nei terreni

In relazione a tali obblighi la sentenza rileva infatti

Altri e specifici requisiti sono anche prescritti per i terreni che li debbono ricevere (articolo 4), stabilendosi, in ogni caso, la necessità di una autorizzazione regionale non solo per le attività di raccolta, trasporto, stoccaggio e condizionamento (che corrispondono a quelle previste in materia di rifiuti), ma anche per la stessa utilizzazione dei fanghi da parte dell’agricoltore (articolo 9) ( omissis)

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11. La normativa regionale

La disciplina sulla gestione dei fanghi e sulla loro applicazione nei terreni agricoli è materia che senza ombra di dubbio è oggetto di legislazione esclusiva da parte dello Stato né vi è controversia in ordine alla prevalenza della legge dello Stato sulle legislazioni regionali in materia di ambiente (articolo 117, lettera s), della Costituzione)

Anche eventuali  deroghe al rispetto dei limiti previsti per le matrici ambientali a cui il fango applicato deve  essere assimilato quali quelli previsti dalla Tab. 1, colonna A dell’allegato 5, al titolo V, parte IV, D.lgs. n. 152 del 2006),  rientrano nell’esclusiva competenza del legislatore statale (art. 117, lettera s) Cost.).

In relazione a tali problematiche la sentenza rileva :

è possibile assicurare la tutela ambientale che il sistema, nel suo complesso, esige, in applicazione del principio generale dettato dal d.lgs. n. 152 del 2006, che è in linea con il principio declinato dall’articolo 1 d.lgs. n. 99 del 1992, per cui l’attività di trattamento dei rifiuti deve comunque avvenire senza pericolo per la salute dell’uomo e dell’ambiente, fatte salve, ma in sintonia con tale ultima finalità, espresse deroghe rientranti nell’esclusiva competenza del legislatore statale (art. 117, lettera s) Cost.).  ( omissis)

  L’uso agronomico presuppone infatti che il fango sia ricondotto al rispetto dei limiti previsti per le matrici ambientali a cui dovrà essere assimilato (e quindi anche quelli previsti dalla Tab. 1, colonna A dell’allegato 5, al titolo V, parte IV, D.lgs. n. 152 del 2006), salvo siano espressamente previsti, esclusivamente in forza di legge dello Stato, parametri diversi, siano essi più o meno rigorosi, nelle tabelle allegate alla normativa di dettaglio (decreto n. 99 del 1992) relativa allo spandimento dei fanghi o in provvedimenti successivamente emanati.( omissis)

Del tutto superflua, in considerazione della stessa presa di posizione del ricorrente, appare l’analisi della legislazione regionale, sia essa della regione Veneto che della regione Toscana, posto che, quanto alla prima, lo stesso ricorrente ammette essere più restrittiva di quella statale e posto che non vi è controversia in ordine alla prevalenza della legge dello Stato sulle legislazioni regionali in materia di ambiente (articolo 117, lettera s), della Costituzione), materia che è senza ombra di dubbio oggetto di legislazione esclusiva da parte dello Stato.( omissis)

12. Prevalenza della normativo sui giudizi dell’organo di controllo

La sentenza poi, affrontando una problematica di carattere generale rileva la ininfluenza , nel giudizio sul comportamento di un soggetto che non abbia comunque agito in modo conforme alla normativa, della mancanza di obiezioni da parte  degli organi di controllo nelle verifiche da questo svolte in precedenza nel medesimo impianto.

L’assenza di rilevanza del mancato rilevamento di   situazioni in contrasto con quanto previsto dalla normativa, risulta evidente anche da quanto sottolineato  dalla Sentenza della Cassazione terza  sezione penale del  6.7.2017 n,27958-17. Non è stato perciò ritenuto ammissibile, come motivo di impugnazione della sentenza adottata dal Giudice cautelare, il fatto  che per i  medesimi  comportamenti giudicati non corretti da Questo,  i competenti organi di vigilanza e di controllo, che li avevano costantemente monitorato, avessero invece espresso giudizi sui medesimi di conformità,  non avendo rilevato  situazioni in contrasto con quanto previsto dalla normativa

In relazione a tali problematica la sentenza rileva :

Sostiene che l’interpretazione normativa proposta dal ricorrente risultava accolta anche dai competenti organi di vigilanza e di controllo che hanno costantemente monitorato il processo di stabilizzazione del fango, tant’è che gli stessi organi di controllo avevano convalidato il codice Cer da attribuire al fango conferito ed avevano partecipato alla verifica della conformità prima dello spandimento, senza mai sollevare obiezioni sulle metodiche di analisi utilizzate ed invece contestate dal consulente del pubblico ministero, con la conseguenza che, quand’anche si ritenesse non corretta l’interpretazione della normativa vigente sostenuta dal ricorrente, il costante, inequivoco ed esplicito comportamento degli stessi organi avrebbe comunque comportato un’evidente effetto sull’elemento psicologico del reato di cui all’articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, determinandone ictu oculi l’insussistenza, posto che la fattispecie incriminatrice richiede per la sua integrazione il dolo specifico e dunque non ammette la figura del dolo eventuale, facendo venire meno i gravi indizi di colpevolezza.( omissis)

Da alcun punto di vista possono, poi, essere accolte le doglianze sollevate dal ricorrente, neppure sotto il profilo dell’assenza dell’elemento soggettivo, sia perché le asserzioni circa la pregressa regolarità delle analisi eseguite presso il luogo di trattamento non sono assistite dal requisito dell’autosufficienza, oltre ad essere del tutto irrilevanti in presenza di accertamenti a sorpresa sui fanghi provenienti dal luogo di trattamento, sia perché i giudici cautelari hanno accertato, anche facendo leva sul contenuto delle intercettazioni telefoniche, un meccanismo di collaudata collusione tra le imprese incaricate del trattamento dei fanghi e quelle deputate alla gestione degli stessi per l’uso in attività agricole, nel caso di specie tra la Coimpo e la DC Green, con la conseguenza che il motivo deve ritenersi, da un lato, non consentito e, dall’altro, manifestamente infondato. .( omissis)

13. Il rinvio  al d.P.R. 915 del 1982  è formale, mobile,

In relazione ad un’altra questione di carattere generale, la sentenza chiarisce anche che il rinvio al d.P.R. 915 del 1982 è un rinvio formale, mobile non un rinvio materiale, fisso,. Essa  precisa infatti che il rinvio alla disciplina del d.P.R. 915 del 1982 ormai non più in vigore è un rinvio formale, ossia mobile, alla disciplina dei rifiuti e non un rinvio materiale, ovvero fisso, alla disciplina del d.P.R. 915 del 1982. Conseguentemente,  dopo la sua abrogazione, in sua vece restano comunque applicabili  le  disposizioni in tema di rifiuti previste dalla normativa successiva . sono perciò applicabili le disposizioni   contenute   dapprima   nel   d.lgs.   5   febbraio   1997,   n.   22   e successivamente nel d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152

Pertanto ogni riferimento ai rifiuti tossici e nocivi contenuto sia nella direttiva 278 del 1986 e sia nel d.lgs. n. 99 del 1992 (in particolare quello dell’art. 4 comma 2), deve intendersi riferito ai rifiuti pericolosi come a suo tempo chiarito dall’art. 57, comma 1, del d.lgs. n. 22 del 1997,

Perciò quanto stabilito dall’articolo 4, comma 2, del decreto n. 99 del 1992 che vieta l’utilizzazione agronomica dei fanghi tossici e nocivi non può essere considerata una qualificazione giuridica obsoleta perché normativamente superata.

La sentenza in proposito rileva:

Sulla stessa lunghezza d’onda, caratterizzata dall’esigenza di assicurare una tutela ambientale effettiva in linea con i valori costituzionali e comunitari, DD la giurisprudenza di legittimità, anche dopo l’abrogazione del d.P.R. 915 del 1982, avvenuta con l’art. 56 del d.lgs. n. 22 del 1997, si è fatta carico di chiarire che la disciplina sui fanghi opera un rinvio formale, ossia mobile, alla disciplina dei rifiuti e non un rinvio materiale, ovvero fisso, alla disciplina del d.P.R. 915 del 1982, con conseguente applicabilità delle disposizioni in tema di rifiuti previste dalla normativa successiva (Sez. 3, n. 2819 del 15/07/1997, Quattrociocchi, in motiv.; Sez. 3, n. 28484 del 11/04/2003, Fusillo, in motiv.), derivando da ciò, come logico corollario del precedente principio, anche l’applicabilità delle disposizioni   contenute   dapprima   nel   d.lgs.   5   febbraio   1997,   n.   22   e successivamente nel d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152. ( omissis)

Pur nella consapevolezza della complessità della materia e dell’opportunità di interventi di riallineamento delle normative succedutesi nel tempo da parte del legislatore statale, va invece recuperata la qualificazione,che il ricorrente erroneamente e frettolosamente svaluta, pure contenuta nell’articolo 4, comma 2, del decreto n. 99 del 1992 che vieta l’utilizzazione agronomica dei fanghi tossici e nocivi.

Non vale sul punto l’affermazione secondo la quale si tratterebbe di una qualificazione giuridica obsoleta perché normativamente superata dalla dicotomia “rifiuti non pericolosi e rifiuti pericolosi”, presente nel testo unico ambientale (ma prima ancora prevista dal decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22), posto che ogni riferimento ai rifiuti tossici e nocivi contenuto sia nella direttiva 278 del 1986 e sia nel d.lgs. n. 99 del 1992 (in particolare quello dell’art. 4 comma 2), deve intendersi riferito ai rifiuti pericolosi come a suo tempo chiarito dall’art. 57, comma 1, del d.lgs. n. 22 del 1997, disposizione perciò perfettamente allineata con il rinvio formale, ed. mobile, operato dall’articolo art. 4, comma 2, d.lgs. n. 99 del 1992. .( omissis)

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