RIFIUTI ASSIMILABILI E ASSIMILATI AGLI URBANI: PROSSIME NOVITA’

di Gianfranco Amendola

Nella abbondante problematica giuridica relativa ai rifiuti, c’è un argomento, a nostro avviso molto rilevante, che risulta quasi ignorato sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza. Ci riferiamo alla categoria dei rifiuti speciali assimilati agli urbani che, probabilmente, come vedremo, in un prossimo futuro presenterà nuovi sviluppi.

Ma, prima di arrivare alle novità, ricapitoliamo il quadro normativo relativo a questa categoria di rifiuti, facendo, ovviamente, riferimento alla normativa attualmente in vigore (anche se ricalcata dalla normativa precedente, in particolare il decreto Ronchi n. 22/1997).

In estrema sintesi, l’art. 184 D. Lgs 152/06, dopo aver sancito, al primo comma la distinzione dei rifiuti in urbani, speciali e pericolosi, aggiunge, al secondo comma che:

Sono rifiuti urbani:

a) i rifiuti domestici, anche ingombranti, provenienti da locali e luoghi adibiti ad uso di civile abitazione;

b) i rifiuti non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quelli di cui alla lettera a), assimilati ai rifiuti urbani per qualità e quantità, ai sensi dell’articolo 198, comma 2, lettera g);….”

Leggiamo, allora, l’art. 198, comma 2, lett. g, anzi, per completezza, leggiamo anche il comma 1, visto che anche esso fa riferimento a questa categoria di rifiuti:

Art. 198

Competenze dei Comuni

1. I comuni concorrono, nell’ambito delle attività svolte a livello degli ambiti territoriali ottimali di cui all’articolo 200 e con le modalità ivi previste, alla gestione dei rifiuti urbani ed assimilati. Sino all’inizio delle attività del soggetto aggiudicatario della gara ad evidenza pubblica indetta dall’Autorità d’ambito ai sensi dell’articolo 202, i comuni continuano la gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento in regime di privativa nelle forme di cui all’articolo 113, comma 5, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

2. I comuni concorrono a disciplinare la gestione dei rifiuti urbani con appositi regolamenti che, nel rispetto dei principi di trasparenza, efficienza, efficacia ed economicità e in coerenza con i piani d’ambito adottati ai sensi dell’articolo 201, comma 3, stabiliscono in particolare:

OMISSIS

g) l’assimilazione, per qualità e quantità, dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani, secondo i criteri di cui all’articolo 195, comma 2, lettera e), ferme restando le definizioni di cui all’articolo 184, comma 2, lettere c) e d).

Come si vede, la lettera g) richiama altri due articoli, e cioè l’art. 195, comma 2, lettera e) e l’art. 184, comma 2, lettere c) e d).

Diciamo subito che quest’ultimo articolo si limita a richiamare le categorie di rifiuti urbani consistenti in quelli da spazzamento delle strade e quelli giacenti sulle strade (considerati urbani non per origine ma per collocazione), mentre vale la pena di leggere per intero l’art. 195, comma 2, lettera e), nel testo modificato dall’art. 14, comma 46, legge n. 214 del 2011.

Art. 195

Competenze dello Stato

2. Sono, inoltre, di competenza dello Stato:

e)  la determinazione dei criteri qualitativi e quali-quantitativi per l’assimilazione, ai fini della raccolta e dello smaltimento, dei rifiuti speciali e dei rifiuti urbani. Con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e del mare, d’intesa con il Ministro dello sviluppo economico, sono definiti, entro novanta giorni, i criteri per l’assimilabilità ai rifiuti urbani;….”

In conclusione, appare evidente, dopo questa laboriosa disamina, che i rifiuti speciali non pericolosi assimilati, per qualità e quantità, agli urbani, sono quelli,provenienti da locali e luoghi non adibiti ad uso di civile abitazione, disciplinati dai Comuni con appositi regolamenti secondo i criteri che dovevano essere stabiliti dallo Stato con decreto del Ministro dell’ambiente d’intesa con il Ministro dello sviluppo economico entro 90 giorni dalla entrata in vigore del D. Lgs 152/06, e cioè entro il luglio 2006.

Abbiamo scritto “dovevano” in quanto, come quasi sempre avviene, il Ministero dell’ambiente non ha rispettato la scadenza impostagli dalla legge e, a tutt’oggi, dopo 11 anni, è ancora inadempiente.

La novità di questi giorni riguarda proprio questa scadenza, ma, prima di esaminarla, sembra necessario evidenziare quale è stata in questi 11 anni la disciplina applicata a questa categoria di rifiuti.

In assenza del decreto ministeriale previsto dalla legge, infatti, si è fatto ricorso, ovviamente in via transitoria e per evitare soluzioni di continuità, ad una delibera interministeriale del 1984, emanata per dare una prima applicazione alle disposizioni del DPR 915/1982 che hanno introdotto per prime  la categoria dei rifiuti assimilati, ripresa successivamente dal decreto Ronchi del 1997 e dal D. Lgs. 152/06. Continuità, peraltro avallata a livello legislativo dalla legge finanziaria 2007 (legge 27 dicembre 2006 n. 296), la quale imponeva espressamente che “nelle more della completa attuazione delle disposizioni recate dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni…. in materia di assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani, continuano ad applicarsi le disposizioni degli articoli 18, comma 2, lettera d), e 57, comma 1, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22″ (art. 184, lett. b); le disposizioni, cioè, oggi sostituite dalle corrispondenti norme (sopra riportate) del D. Lgs. 152/06.

Si applicava, quindi, la citata delibera interministeriale che sembra opportuno riportare per esteso:

DELIBERAZIONE DEL 27 LUGLIO 1984 DEL COMITATO INTERMINISTERIALE DI CUI ALL’ART. 5 DEL D.P.R. 915/1982

( Disposizioni per la prima applicazione dell’art. 4 del D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915 concernente lo smaltimento dei rifiuti).

punto 1.1:Criteri generali  per l’assimilabilità dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani

punto 1.1.1: Possono essere ammessi allo smaltimento in impianti di discarica per urbani se rispettano le seguenti condizioni:

 a) abbiano una composizione merceologica analoga a quella dei rifiuti urbani o, comunque, siano costituiti da manufatti e mate­riali simili a quelli elencati nel seguito a titolo esemplificativo:

imballaggi in genere (di carta, cartone, plastica, legno, me­tallo e simili);

contenitori vuoti (fusti, vuoti di vetro, plastica e metallo. latte e lattine e simili);

sacchi e sacchetti di carta o plastica; fogli di carta, plastica, cellophane; cassette, pallets;

accoppiati quali carta plastificata, carta metallizzata, carta ade­siva, carta catramata, fogli di plastica metallizzati e simili;

frammenti e manufatti di vimini e di sughero;

paglia e prodotti di paglia;

scarti di legno provenienti da falegnameria e carpenteria, tru­cioli e segatura;

fibra di legno e pasta di legno anche umida, purché palabile;

ritagli e scarti di tessuto di fibra naturale e sintetica, stracci e juta;

feltri e tessuti non tessuti;

pelle e simil-pelle:

gomma e caucciù (polvere e ritagli) e manufatti composti prevalentemente da tali materiali, come camere d’aria e copertoni;

resine termoplastiche e termoindurenti in genere allo stato solido e manufatti composti da tali materiali;

rifiuti ingombranti analoghi a quelli di cui al punto 2 del terzo comma dell’art. 2, D.P.R. n. 915/1982;

imbottiture, isolanti termici e acustici costituiti da sostanze naturali e sintetiche, quali lane dl vetro e di roccia, espansi plastici e minerali, e simili;

moquettes, linoleum. tappezzerie. pavimenti e rivestimenti in genere;

materiali vari in pannelli (di legno, gesso, plastica e simili);

frammenti e manufatti di stucco e di gesso essiccati;

manufatti di ferro tipo paglietta metallica, filo di ferro, spugna di ferro e simili;

nastri abrasivi;

cavi e materiale elettrico in genere;

pellicole e lastre fotografiche e radiografiche sviluppate;

scarti in genere della produzione di alimentari, purché non allo stadio liquido, quali ad esempio scarti di caffè, scarti dell’industria molitoria e della pastificazione, partite di ali­mentari deteriorati, anche inscatolati o comunque imballati, scarti derivanti dalla lavorazione di frutta e ortaggi, caseina, sanse esauste e simili;

scarti vegetali in genere (erbe, fiori, piante, verdure ecc.). anche derivanti da lavorazione basate su processi meccanici (bucce, baccelli, pula, scarti di sgranatura e di trebbiatura, e simili):

residui animali e vegetali provenienti dall’ estrazione di prin­cipi attivi.”

Come si vede, la deliberazione sopra riportata parla di “rifiuti assimilabili” mentre il D. Lgs. 152/06 parla di “rifiuti assimilati”. Ciò in quanto attualmente “i rifiuti speciali assimilati agli urbani sono soltanto quelli che per qualità e quantità siano previsti dai regolamenti comunali, sicché il Comune ……ha il potere, quanto alla qualità, di stabilire quali, tra i rifiuti inseriti nella delibera interministeriale del 27 luglio 1984, siano assimilabili e, quindi, escluderne altri, nonché d’individuare le quantità conferibili.[1].

In altri termini, la deliberazione del 1984 indica, in astratto, le categorie di rifiuti assimilabili ma, per l’assimilazione agli urbani (con tutte le conseguenze) occorre un atto del Comune che, fra queste categorie, stabilisca quali e quanti siano “assimilati”.

Come si è detto, questa regolamentazione “provvisoria” è andata avanti per 11 anni, ma oggi è intervenuta una novità.

Si tratta della sentenza TAR Lazio, sez. IIbis, n. 4611 del 13 aprile 2017 [2], relativa al ricorso, presentato contro il Ministero dell’ambiente e il Ministero dello sviluppo economico per il ritardo (di 11 anni) nella emanazione del decreto per l’assimilabità previsto dall’art. 195, comma 2, lett. e) D. Lgs 152/06, da un’azienda la quale lamentava “di essere gravemente danneggiata – in termini di ingiusta sottrazione di risorse e beni al mercato privato e di elevato versamento TARI – dalla eccessiva assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani effettuata dalle Amministrazioni comunali a causa della mancanza di una regolamentazione ministeriale pur prevista dall’art. 195 cit.“. Ed aveva, quindi, diffidato formalmente il Ministero dell’ambiente e quello per lo sviluppo economico ad emanare il decreto di cui sopra.

Nella sentenza si sottolinea, in primo luogo, che “il fatto che l’Amministrazione abbia dato riscontro (il 31.01.2017) alla diffida della società ricorrente ed abbia svolto, il 25.01.2017, un incontro istituzionale con le associazioni di categoria “per acquisire ogni utile elemento ai fini della decretazione sul tema” e la circostanza per cui, in assenza del previsto regolamento, si continuino ad applicare i criteri per l’assimilazione previsti nella deliberazione 27 luglio 1984 del Comitato Interministeriale non escludono che il Ministero dell’Ambiente sia tenuto, in base al citato art. 195, ad adottare il nuovo decreto, che avrebbe dovuto, anzi, essere emesso nel termine di novanta giorni dall’entrata in vigore della norma suddetta

Si aggiunge che  non rilevano, a questo proposito, “il carattere ordinatorio del termine previsto dalle norme in esame (profilo che non incide sull’esistenza dell’obbligo né sulla possibilità di provvedere anche dopo la scadenza del termine), la natura discrezionale e non vincolata del potere amministrativo (nella fattispecie non viene, infatti, in rilievo il contenuto, ma solo l’obbligo di esercizio del potere in questione) e la necessità di coinvolgimento di altri Organi ed Enti, che è stata presa in considerazione dalle citate disposizioni normative ai fini dell’individuazione dei termini ivi previsti e che, comunque, non giustifica un ritardo quale quello, in concreto, verificatosi nella fattispecie”.
Conclusione: il TAR Lazio dichiara l’illegittimità del silenzio tenuto dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare in relazione alla diffida spedita a mezzo posta il 12.05.2016 dalla società ricorrente e, per l’effetto, “dichiara l’obbligo del predetto Ministero di concludere il procedimento menzionato nella diffida stessa adottando di concerto con il Ministro dello Sviluppo Economico il decreto che fissi i criteri per l’assimilabilità dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani, nel termine di giorni 120 (così individuato in relazione alla natura degli adempimenti da effettuare) dalla comunicazione, in via amministrativa, o dalla notifica, ad istanza di parte, della presente sentenza“.

Quindi, entro la prossima estate, dovremmo finalmente avere, dopo 11 anni, il famoso decreto sull’assimilabilità.

In attesa, restano almeno due osservazioni da fare.

La prima attiene alla serietà ed affidabilità di un Ministero che adempie ad un suo dovere legislativo solo dopo una formale diffida ed una condanna.

La seconda è, soprattutto, una speranza: che il Ministero dell’ambiente colga questa occasione per emanare almeno, finalmente, anche i decreti sul fine-rifiuto previsti dall’art. 184-ter, comma 2, eliminando così l’assurda situazione di incertezza, con discutibili soluzioni fai-da-te, che si è venuta a creare in questi lunghi anni di inadempienza. E forse, sempre con l’occasione, si metta in testa, una volta per tutte, che è più corretto adempiere a questi suoi doveri istituzionali piuttosto che cimentarsi (male) nella interpretazione delle leggi, arrogandosi indebitamente il ruolo che compete alla magistratura[3].


[1] Cass. pen, sez. 3, 18 dicembre 2006- 25 gennaio 2007, n. 2871, Rando, in www.lexambiente.it. Cfr anche Cassazione, sez tributaria, 7 maggio 2007, n. 10362, la quale ha affermato che per l’assimilazione è necessaria apposita delibera comunale.

[2] in www.lexambiente.it

[3] Ogni riferimento alla materia dei sottoprodotti e dei rifiuti con codici a specchio non è affatto casuale.

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